Una regina senza corona, l’ultimo pezzo di vera nobiltà che se ne va. Nasceva Donna Marella dei principi Caracciolo di Castagneto, sposò Gianni Agnelli, l’erede Fiat (quando era un impero) e finì nel tritacarne mediatico di una famiglia sovraesposta, suo malgrado. Un marito che la tradiva con le donne più belle del mondo e lei taceva, e un figlio Eduardo che ho conosciuto, ragazzo fragile e adorabile. Aveva un appartamento sopra quello dei genitori in un palazzo vicino al Quirinale. A presentarmelo fu Coralla Maiuri dei principi Lancillotti, oggi apprezzatissima artista di ceramiche. La figlia, poi, Margherita che ho conosciuto, pittrice e poetessa.

Nessuno dei due figli aveva l’arroganza del potere che ostentava il padre: il loro coté low profile lo hanno ereditato dalla madre. Al netto della tragedia del figlio suicida, credo che siano in pochi ad aver invidiato Donna Marella. Ha pagato dazio eccome: citata in tribunale dalla figlia per questioni ereditarie. Eppure di soldi l’Avvocato ne ha lasciati tanti, da far vivere le future tre, quattro generazioni senza assilli economici!

Donna Marella rappresentava la parte meno egocentrica, meno chiassosa, più d’intelletto/chic di una famiglia che aveva sempre i riflettori puntati addosso. Succede che nelle famiglie importanti la parte femminile abbia un’altra levatura rispetto a quella maschile: mi viene in mente la stessa Susanna Agnelli, Maria Josè di Savoia, Giulia Maria Crespi

Due mesi fa a Napoli nei sontuosi saloni dell’Istituto degli Studi Filosofici si è inaugurata la mostra “Il Ballo dei Re”, che si tenne nel 1960 a Palazzo Serra di Cassano. La foto più bella era quella di Marella e Gianni: lei con il suo collo svettante dall’abito bianco, essenziale, che sottolineava la sua eleganza, due passi indietro rispetto al marito. Così come è sempre stato nella loro vita.

Donna Marella alle grandi feste tra New York, Parigi e la Costa Azzurra tuttavia preferiva un pour parler di filosofia e lirica con un giovanissimo Alessandro Barricco, allora critico musicale de La Stampa, giornale di famiglia. Ogni tanto Marella caldeggiava la candidatura di altri giovani talenti per la direzione del Museo del Cinema di Torino o della Pinacoteca che porta il nome suo e del marito. Mentre scriveva libri sui giardini avvalendosi della consulenza di Paolo Pejrone, archittetto e paesaggista.

Amica di Truman Capote, lo invitò per una crociera in Grecia a bordo del loro yacht. La loro amicizia, però, si rovinò quando Esquire pubblicò nel 1975 Preghiere Esaudite, in cui lo scrittore rivelava dettagli della vita privata di persone famose. Non risparmiò neanche lei.

Mentre Marella, otto nipoti, coltivava il suo giardino, inteso anche come metafora esistenziale, Gianni Agnelli invitava un gruppo di giovani rampolli, tra cui Amedeo e Carlo Clavarino e la sottoscritta, per un tè nel loro chalet di Chesa Alcyon a Saint-Moritz sulla collina del Suvretta, arredato in stile primo Novecento, con quadri di Schiele e Klimt alla pareti e pouf a forma di pecore. Marella, sempre defilata, non si intratteneva con noi.

L’Avvocato amava la compagnia dei giovani e un paio di volte alle nove del mattino si presentò a Chateau, lo chiamavamo così, un castello che sbucava sull’ultimo tornante del passo del Maloja, affittato da Amedeo e dai i suoi cugini. In pigiama, ancora assonnati, ci buttavamo giù per le scale per riceverlo. Ne subivamo tutti il fascino da grande seduttore.

Da Saint-Moritz donna Marella per una questione di altitudine si è trasferita a Lauenen, poco più di mille metri d’altezza, e Margherita comprava la casa del pastore di fianco alla chiesetta di Rougemont. Madre e figlie, vicine ma non troppo. Incrociavo qualche volta Donna Marella sulla promenade di Gstaad, i segni della malattia già visibili, sorretta dalla sua fedelissima governante. Non la salutavo, tanto non mi avrebbe riconosciuto. Nell’ottobre 2000 era stata insignita ‘Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana’. Ma negli ultimi anni passava sempre più tempo nella casa di Marrakesh, l’Aïn Kassimou, che in dialetto berbero vuol dire “l’occhio della fonte”. Lo spettacolare giardino era quello che più si avvicinava alla sua idea di felicità, come ha spiegato in uno dei suoi libri. Ferita, provata, spettatrice altera e silenziosa, si ritirava dal palcoscenico della vita per rifugiarsi nel suo giardino incantato.

In una delle rarissime interviste disse al settimanale tedesco Focus: “Pensando a mio marito in questa fase della mia vita il mio unico desiderio è di vedere tornare la pace tra mia figlia e il resto della famiglia…”. Chissà se la Provvidenza avrà esaudito le sue preghiere.

Instagram: januaria_piromallo

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