400 film da tutto il mondo divisi in 9 sezioni, circa 30 cinema coinvolti in tutta la città, 11 giorni di programmazione il tutto al costo di 26 milioni di euro di cui 8,2 provenienti dallo Stato. Questo è il profilo istituzionale del più grande (e vero) Festival internazional-metropolitano d’Europa che dal 2020 erediterà l’italiano Carlo Chatrian in qualità di Direttore artistico, sostituendo il decano Dieter Kosslick. Un autentico gigante se si considera l’affiliato European Film Market secondo solo al Marché du Cannes. In attesa – dunque – di assistere alle gesta di Chatrian che, contestualmente, ha salutato la scorsa estate la direzione del Festival di Locarno, al suo ultimo nonché 19° anno alla guida berlinese, il quasi 71enne patron bavarese intende celebrare (e celebrarsi) l’addio con un’edizione indimenticabile della suo Festival di Berlino, che alzerà il sipario stasera per l’edizione numero 69 per abbassarlo nella serata di sabato 16 febbraio. 

Fiero del proprio contributo alla kermesse da leggersi soprattutto nel rafforzamento del binomio arte & mercato, nel discorso di ringraziamento di termine mandato Kosslick ha introdotto lo slogan di questa edizione: “Il privato è politica”. La nota espressione desunta dal movimento femminista sintetizza – a suo dire – la summa dei contenuti presenti in diversi titoli del programma: “Infanzia, famiglia, uguaglianza di genere e cibo. Il modo personale con cui sono trattati nei film equivale a un gesto politico” ha chiosato il direttore uscente con l’immancabile sorriso stampato in volto.

Programma alla mano, salta subito all’occhio l’esiguo numero di film in corsa per l’Orso d’oro: solo 17, su 23 in selezione ufficiale: ben venga se tale snellimento è indice di una più attenta selettività in termini qualitativi. L’altro dato che non passa inosservato è l’assenza totale dal concorso di film americani: tanto gli States quanto il Sudamerica sono tagliati fuori e l’unico portabandiera del continente oltreoceano è il canadese francofono Denis Coté. Eliminare il Made in USA dalla corsa agli Orsi è una scelta radicale: la vera questione è capire se questa sia voluta o subita dallo staff della Berlinale che – in ogni caso – ha preferito “no Americans” a fronte di “bad Americans”.  Gli unici (off competition) dagli Stati Uniti sono il già visto Vice (in première tedesca) che probabilmente porterà sul tappeto rosso un ghiotto cast (soprattutto Christian Bale) in profumo da Oscar e il documentario in prima mondiale Amazing Grace di Alan Elliott su Aretha Franklin. Per il resto il concorso “parla” europeo (11 titoli che spaziano fra Austria, Danimarca, Francia, tre dalla Germania, Italia, Macedonia, Norvegia, Polonia, Spagna), asiatico (3 titoli di cui 2 dalla Cina e uno dalla Mongolia) e mediorientale (2 titoli, uno da Israele e uno dalla Turchia) e soprattutto “al femminile”: non solo è buono il numero delle registe donne (7) sul totale dei concorrenti, ma la presenza di leading characters femminili è prevalente nel complesso delle trame dei film.

Anche l’apertura è affidata a una signora, la danese Lone Scherfig (Italians for Beginners, An Education), che offre col suo film anglofono The Kindness of Strangers un affresco di solidarietà umana nella giunga newyorkese contemporanea. Protagonisti (e attesi sul red carpet) sono Zoe Kazan, Tahar Rahim e Andrea Riseborough.  E a una (magnifica) donna è destinato anche l’Orso d’oro alla carriera della 69ma Berlinale: Charlotte Rampling. L’attrice britannica sarà omaggiata anche con una mini retrospettiva dei suoi film. E se le star attese (molte ancora da confermare..) avranno certamente il volto di Diane Kruger, Stellan Skarsgard, delle veterane ma sempre straordinarie Catherine Deneuve e di Agnès Varda (che a 90 anni suonati porta un autoritratto fuori concorso, Varda par Agnès), Melvil Poupaud, James Norton, Chiwetel Ejiofor e Peter Sarsgaard, la lista degli autori annovera il maestro cinese Zhang Yimou, i francesi André Téchiné e François Ozon, la polacca Agnieszka Holland e il “locale” tedesco/turco Fatih Akin.

Dulcis in fundo: l’Italia. Ben cinque i portabandiera tricolore quest’anno in Berlinale, di cui un titolo in corsa all’Orso d’oro e gli altri inseriti nel concorso di Panorama. Dall’omonimo bestseller di Roberto Saviano (che sarà a Berlino in qualità di co-sceneggiatore) La paranza dei bambini diretto da Claudio Giovannesi non sfigurerà nella competizione ufficiale: al centro, come è noto, è la vicenda dei giovanissimi gangster napoletani guidati dal baby boss Nicola “‘O Maraja” Fiorillo alla conquista del potere nei rioni partenopei. Quasi un controcampo a “La paranza” è il documentario Selfie di Agostino Ferrente: girato interamente con dei selfie da due ragazzi del rione Traiano di Napoli, il film si presenta come il racconto di un’amicizia a sfondo problematico ma anche come una riflessione sul mezzo audiovisivo.  E se il fiorentino Federico Bondi porta a Berlino la sua opera seconda (Dafne) forte della travolgente protagonista Carolina Raspanti nei panni di una giovane donna affetta da sindrome di Down, l’esordiente Michela Occhipinti ha viaggiato fino nel deserto del Mauritania per scoprire la storia di Verida, una ragazza destinata a nozze combinate che deve sottoporsi al “gavage” per ingrassare e diventare così degna del suo futuro marito. Intitolato Il corpo della sposa – Flesh Out, il film farà pendant con il documentario sulle “dinamiche di genere” Normal diretto da Adele Tulli.

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