Due pastori, un gregge di pecore, un agnellino sollevato per le zampette, qualche mugugno in latino arcaico. Pochi secondi de Il Primo Re e un’onda modello tsunami travolge due legatissimi Romolo e Remo. Un incipit da kolossal (niente a che fare con il Vajont di Martinelli, per dire), estremamente verosimile, totalizzante. L’atteso film da quasi nove milioni di euro di budget, diretto da un coraggioso giovane innovatore come Matteo Rovere (Veloce come il vento), ha una partenza sprint da impallidire. Altro cinema rispetto a tinelli e commedie della tradizione, altra roba rispetto ai fellinismi d’esportazione per gli Oscar. La voglia di stupire e sconvolgere, di mostrarsi americani a Roma, è vulgata industriale nuova e stimolante per tutti.

Aggiungiamo ancora il blocco narrativo successivo. Salvatisi dalla piena del Tevere, i due fratelli gemelli futuri fondatori dell’Impero che sarà, vengono messi ai ceppi, ingabbiati, fustigati da un’altra tribù primitiva e violenta quanto il loro milieu di provenienza. I prigionieri sono parecchi. La dimostrazione di forza è dietro l’angolo. Il rito di purificazione di fronte alla segaligna vestale del fuoco richiede più di un sacrificio. E qui Il Primo Re accelera ulteriormente. Rivolta alla Spartacus. Martellate, mazze ferrate, lance e spade, ossa che si spezzano, arti che si contorcono, sangue che zampilla. Insomma visivamente il risultato è notevole.

Una ri-creazione verista, tattile, violenta di un’epoca storica che nel passato, magari di qualche peplum d’annata, si era contraddistinta giusto per sandalini comodi e pugnali di plastica con la partecipazione naif delle star di Hollywood. Affascinante è anche l’immersione nella foresta, tutta luci naturali (fotografia di Daniele Ciprì) per il manipolo in fuga. Tra le facce dei comprimari, così incredibili, mostruose, armate, diffidenti, prive di fiducia l’uno nell’altra, Remo (Alessandro Borghi) nel difendere il moribondo fratello Romolo (Alessio Lapice) mostra la sua “vocazione” brutale e quasi sovrannaturale al comando, e sotto la sua determinata ferocia da condottiero si sbarazzerà di tribù poco amiche, conquisterà pacifici villaggi, vivrà in capanne di fango coi tetti di paglia, fino al destino auspicato dalla vestale aruspicina: “Dei due ne resterà solo uno”.

Il Primo Re, oltre al discorso fondativo della leggenda della nascita di Roma, curioso espediente drammaturgico ai confini del fantasy più che dalla storia al cinema, prova a fondare anche un linguaggio autonomo rispetto al milieu linguistico dell’industria del cinema italiano. Il proto latino con relativi sottotitoli sono una scelta che ha più di un debito con altri prodotti del settore (vedi il maya yucateco in Apocalypto o l’aramaico de La Passione di Cristo) ma il risultato di straniamento culturale vale l’azzardo. Stesso discorso per questo necessario scioglimento delle acque nell’ambito dell’action adventure.

Un attore italiano di prima fascia come Alessandro Borghi, ça va sans dire e come Alessandro Lapice, come del resto una buona dozzina di coprotagonisti, più che agire sulla verbalità esercitano doti performative tra salti e botte come la meglio gioventù hollywoodiana/hongkonghese fa da decenni. E non più come comparse in un esotico 007, ma come caratteri originari, solidi, creati da una produzione italiana. Altro dato importante e riuscito. Creare un’atmosfera arcaica, primitiva, senza appigli sentimentali per alcuno, senza far mai baluginare l’idea che sotto quintali di sporco, di pelli di pecora, di capelli e barbe lunghe e crespe, c’è “quello che faceva il portinaio nella serie tv…” è risultato rarissimo e delicato nella miscela casting/messa in scena solitamente più approssimativa.

Solo che c’è qualcosa in quest’opera lungamente preparata e costruita nei dettagli più realistici e crudi per mesi e mesi di preproduzione che non riesce ad appassionare del tutto lo spettatore per oltre due ore. Non per essere così caustici come il nostro collega Federico Pontiggia (“il film si rimpicciolisce, si ripete, e (si) stanca”), che comunque ha colto l’essenza di quello che ci pare un difetto del film, ma a Il Primo Re sembra mancare soprattutto un’epica riconoscibile, un palpito poetico organico oltre l’originalità della profusione tecnica e dell’esplorazione curiosa di un terreno storico cinematograficamente poco approfondito fino ad oggi. Dopo tre quarti d’ora di film, infatti, qualcosa s’inceppa. E non essendoci sottotrame strutturate (scelta di per sé peraltro parecchio ardita ed encomiabile), quindi tratti esteriori più che psicologie per gli splendidi comprimari, quando il minutaggio avanza si va in crisi d’apnea con la macchina da presa e la drammaturgia tutta addosso al fraseggio tra i due fratelli, ancor meglio di Borghi superstar e Lapice resuscitato.

L’esempio di frullo a vuoto è la lunga, interminabile sequenza notturna nel villaggio appena conquistato. Un momento apparentemente robusto e carico di elementi significanti del testo, che però spezza il ritmo generale di un’opera che non sembrava fin lì fare a meno di sangue e violenza e che quindi si accontenta di un lungo ponte recitativo di parole che si fa improvvisamente pesante.

Non aiuta comunque il rocambolesco capovolgimento di fronti, e soprattutto di forze, molto schematico, molto enfatico che arriva in conclusione dove, oltretutto, la regia di Rovere che fino a quel momento era stata agilmente e vigorosamente vicina ai corpi straziati in scena prende a mulinare incomprensibili oggettive aeree di droni che intervallano i primissimi piani di Remo e Romolo in una squilibrata chiusura di scena. Insomma nessuna bocciatura, ma nemmeno una promozione piena. La fredda osservazione antropologica fatica a trasfigurarsi in palpitante mito. Tanto che quando un invasato Remo urla “Tremate, questa è Roma”, o “Saremo noi la paura”, invece che far vibrare i muri della sala cinematografica le parole risuonano fiacche rispetto ad un anelito di rivolta di un qualsiasi William Wallace che mostra il culo.

Infine una considerazione su Alessandro Borghi che, dopo lo Stefano Cucchi de Sulla mia pelle e il Remo de Il Primo Re è oramai l’attore più performativo, talentuoso ed esportabile del cinema italiano. Anche se la sequenza molto “graphic” dello squartamento di un cervo alla The Revenant, che Borghi attua a metà film, non ha nulla a che fare con l’approccio “survival” alla DiCaprio (lì era segno estremo di un sadico e insopportabile carico di privazioni per il fisico, qui è azione risolutrice che sazia il gruppo, più alla zombie di Romero) l’attore romano riesce ad abitare il suo condottiero, spogliato di vesti e carico di barbara grinta, con una naturalezza allo stesso tempo spavalda e fragile che lascia il segno.