di Francesco Pastore e Marco Pompili

Non c’è nulla di così evidente per capire l’arretratezza culturale del nostro Paese in materia di intervento pubblico quanto la scarsità di studi di valutazione d’impatto. Come notato in un precedente editoriale in questo blog, gli italiani amano i dibattiti ideologici, non quelli fondati sull’evidenza empirica e, infatti, fanno fatica a distinguere le verità dalle fake news, non importa quanto evidente sia la balla che viene loro propinata.

Inoltre, la scarsità di studi di valutazione delle politiche attive riflette anche l’insufficiente diffusione delle politiche attive come strumento di lotta alla disoccupazione, che pure è un tratto chiave dei moderni sistemi di flessicurezza. La flessicurezza comporta flessibilità accoppiata a sicurezza del reddito e dell’occupazione, se non del posto di lavoro. Ciò significa sostegno al reddito in caso di disoccupazione (sostegno passivo) e aiuto all’occupabilità attraverso la formazione professionale (sostegno attivo). La parte dell’attivazione in Italia non è mai andata a regime, nonostante gli sforzi di alcune Regioni, e neppure il decreto n. 150/2015 che doveva servire a rilanciare i servizi per l’impiego è riuscito nell’intento. Eppure, questo è un punto chiave per l’attuazione del reddito di cittadinanza.

Ma la situazione degli studi di valutazione oggi a che punto è? Da alcuni anni, gli studi di valutazione delle politiche pubbliche si stanno diffondendo, ma più per il merito di alcuni ricercatori e amministrazioni pubbliche più consapevoli dell’importanza della valutazione. Eppure, la valutazione può migliorare moltissimo l’efficacia delle politiche. I politici si devono rendere conto che se, nel breve periodo, può convenire spararla grossa senza evidenza empirica a sostegno, nel medio e nel lungo periodo invece conviene prima far testare empiricamente le proprie affermazioni. L’efficacia delle politiche può dipendere dal design dell’intervento, dal targeting, cioè dalle caratteristiche dei beneficiari, dalle modalità di attuazione. Tutte queste cose vanno valutate in modo rigoroso.

Di recente sono stati pubblicati diversi studi di valutazione su Emilia Romagna, Lombardia, Toscana, Umbria in relazione a interventi del Fondo sociale europeo. Dispiace dire che le Regioni meridionali mancano ancora all’appello. Gli autori di questo articolo hanno realizzato uno studio di valutazione dell’effetto di Pipol, un programma integrato di politiche attive del lavoro lanciato dalla Regione Friuli Venezia Giulia nel 2014, volto a sostenere le persone nella ricerca di un lavoro con strumenti di politica attiva e rivolto a diverse fasce di destinatari, articolate per livello di bisogno. La valutazione mira a misurare l’impatto sull’integrazione lavorativa dei beneficiari ricorrendo a un approccio controfattuale: un gruppo di controllo viene estratto in modo da avere le stesse caratteristiche dei destinatari fra quelli che si sono iscritti al programma negli anni 2014-2016, ma che non ne hanno mai beneficiato. Ciò dovrebbe assicurare una corrispondenza non solo fra variabili osservate – livelli di istruzione e esperienze pregresse – ma anche nel grado di motivazione nella ricerca del lavoro, che è altrimenti difficile da osservare.

Abbiamo utilizzato i dati provenienti da due fonti principali: i dati amministrativi del programma e le comunicazioni obbligatorie che i datori di lavoro devono fornire ai servizi per l’impiego ogni volta che un contratto di lavoro è firmato o completato. Abbiamo riscontrato che l’impatto netto di Pipol è pari al 5% in media, ma l’impatto maggiore si riscontra nella formazione sul posto di lavoro. Quest’ultima influenza anche la probabilità di trovare lavoro permanente (+3%). Ciò è coerente con il punto di vista di un mercato del lavoro giovanile in cui i giovani hanno eccellenti competenze teoriche, ma pochissime competenze lavorative, come ipotizzato in un libro di uno degli autori, Fuori dal tunnel.

I programmi di formazione in aula influenzano, d’altra parte, solo la probabilità di sperimentare almeno un contratto di lavoro dopo il 2016. Questi risultati sono in parte dovuti a un effetto lock-in, cioè alla tendenza di coloro che frequentano programmi di formazione in aula a rimandare la ricerca attiva di lavoro. È interessante notare che il programma ha un impatto diverso per diverse tipologie di destinatari e diversi tipi di intervento. Per riassumere i nostri risultati, le politiche attive del lavoro funzionano quando generano le competenze relative al lavoro che si acquisiscono lavorando.