Una delle maggiori novità di questa campagna elettorale che è già nel vivo è il Reddito di inclusione (Rei), attuato dal governo di Paolo Gentiloni come risposta alle proposte grilline di reddito di cittadinanza. È chiaro che le proposte non sono uguali e, dati i limiti di spazio, non affronterò la questione delle differenze fra i due interventi. Del resto, già ci sono diversi articoli di stampa interessanti in proposito.

Il punto che intendo porre qui in evidenza è proprio che invece di iniziare una disputa dottrinaria e politico-ideologica su quale dei due strumenti sia da preferire (Rei o Reddito di cittadinanza o il berlusconiano Reddito di dignità), sarebbe il caso di interrogarci su cosa ci si deve aspettare dal Rei e come valutare se le nostre aspettative attuali siano fondate alla prova dei fatti fra un anno quando cominceranno ad aversi i primi dati statistici.

Una buona valutazione d’impatto richiede un’adeguata raccolta dati e va perciò programmata in anticipo prima dell’attuazione della politica. Occorre definire la variabile di risultato atteso, il gruppo obiettivo e di controllo e altro ancora. La valutazione e la raccolta di dati statistici adeguati dovrebbe essere considerata parte integrante di questa come di ogni altra politica, come ormai accade sempre più spesso in tutti i paesi più avanzati del mondo.

In Italia, purtroppo, si fa poca valutazione, poca non solo rispetto ai paesi anglosassoni (Stati Uniti, Regno Unito, Australia e Canada), ma molti paesi centro o nord-europei (Germania, Olanda, Danimarca e così via) e, in anni recenti, anche rispetto a molti paesi in via di sviluppo.

Le classi dirigenti di molti paesi in via di sviluppo stanno dimostrando una grande maturità, esprimendo pareri sulle politiche attuate solo quando è stata ottenuta un’evidenza empirica rigorosa. Solo in questo modo si può capire se una politica è stata efficace o meno. Spesso, una politica è efficace nel raggiungimento di obiettivi imprevisti e non di quelli previsti. Talvolta, gli obiettivi previsti non si sono raggiunti perché la politica non è stata elaborata in modo adeguato e bastano alcune piccole modifiche per aumentarne l’efficacia.

È proprio grazie a studi di valutazione che, in altri paesi, gli interventi pubblici sono abbandonati immediatamente oppure rifinanziati, spesso con modifiche tali da farli diventare efficaci.

Invece, in Italia, si tende spesso a lasciare in vita politiche inefficaci e cancellare quelle efficaci, proprio perché mancano valutazioni adeguate. Troppo spesso, per giudicare se un intervento di politica economica è valido o meno, tendiamo ad affidarci quasi esclusivamente alle nostre convinzioni politiche ed ideologiche, ignorando l’evidenza empirica.

In genere, se siamo liberali siamo contrari a qualunque intervento pubblico, andando così anche contro la teoria liberale che ormai riconosce senza problemi l’esistenza di fallimenti del mercato che giustificano un intervento pubblico. Se siamo invece interventisti e keynesiani, siamo sempre favorevoli all’intervento pubblico anche se quest’ultimo è fallito miseramente o ha prodotto addirittura effetti contrari a quelli attesi in base alle nostre visioni politiche o ideologiche.

In vista delle elezioni, mi sento di poter dire a tutti i partiti e a tutti gli schieramenti politici che occorre cominciare a ragionare anche in politica in base all’evidenza empirica e ad una valutazione rigorosa ed approfondita dei dati piuttosto che in base a contrapposizioni ideologiche che rischiano di essere sterili e di peggiorare gli interventi.

I paesi dove le politiche sono più efficaci sono quelli dove le politiche sono migliorate lentamente, nel corso dei decenni attraverso un processo di prova ed errore, nell’ambito del quale la valutazione è fondamentale. Nel campo delle politiche attive per l’impiego, ad esempio, i Paesi Bassi hanno le politiche più efficaci perché le hanno sviluppate e migliorate nel corso del tempo.

Occorrerebbe un impegno da parte di tutti affinché gli interventi di chi li ha preceduti al governo non siano tutti messi da parte senza prima uno studio di valutazione. Partiamo da una valutazione d’impatto quanto più possibile accurata e scevra da preconcetti ideologici prima di prendere una decisione. Per ogni euro pubblico speso, un 10% dovrebbe essere destinato alla valutazione.