Anche la Roma pentastellata si mette di traverso al decreto sicurezza di Matteo Salvini. Con il M5s che vota insieme al Partito democratico la mozione voluta dall’assessora grillina al Sociale Laura Baldassarre e che dà giudizi molto duri sul provvedimento appena approvato dal Parlamento. Un gesto che crea di fatto una forte tensione tra la giunta di Virginia Raggi e il governo “amico”, tanto che quattro consiglieri dei 5 stelle pur essendo presenti hanno deciso di non partecipare al voto.

Il testo, che è stato anche “edulcorato” rispetto a una prima versione, ha un forte significato politico: “Si ritiene”, si legge nel testo, “che vengano così vanificati gli sforzi fatti” volti “ad un’equa distribuzione sostenibile su tutto il territorio”. E pure: “Il provvedimento favorirà le grandi concentrazioni di persone nei grandi Centri di Accoglienza Straordinaria, di difficile gestione con poche possibilità di percorsi di integrazione e con impatti fortemente negativi per i cittadini. Inoltre, i mancati percorsi di integrazione anche in città più piccole, porteranno ad aumentare ulteriormente in città presenze di persone in condizioni di estremo disagio, potenzialmente coinvolgibili in attività illecite”.

Il testo è stato approvato con 28 voti favorevoli e 3 contrari. E nella pratica impegna la sindaca grillina Virginia Raggi “a chiedere al ministro dell’Interno e al governo di aprire un confronto istituzionale con Roma e le città italiane al fine di valutare le ricadute concrete di tale decreto sull’impatto in termini economici, sociali e sulla sicurezza dei territori”, “ad approntare tutti gli atti necessari a mitigarne gli effetti in termini di diritti sia per i cittadini che per le persone accolte” e, inoltre, “ad incrementare le politiche di accoglienza ed inclusione sociale realizzate da Roma Capitale con particolare attenzione alle fragilità”. Tante le critiche che vengono sollevate dentro la mozione: “Si rischia l’aumento delle persone presenti nei Centri di permanenza per rimpatri, compreso quello di Roma”, è il secondo punto. “Le difficoltà di mettere in atto rimpatri, viste anche le scarse risorse stanziate per i rimpatri volontari e l’assenza di ulteriori accordi con i paesi di origine, al dei 180 giorni, potranno aumentare la presenza di stranieri irregolari favorendo marginalità estreme, occupazioni e illegalità”. Quindi “si favoriscono”, continua il testo, “le strutture di accoglienza straordinaria di cui abbiamo registrato criticità in questi anni smantellando quella parte finalizzata a dare risposte strutturate, controllate e non emergenziali come i centri di accoglienza (SPRAR) gestiti dai Comuni con percorsi di integrazione in piccole accoglienze”.

La mozione, che vedeva prima firmataria la consigliera pentastellata Maria Agnese Catini, è stata votata in Aula dal M5s, dal Partito democratico e dal consigliere di Sinistra Italiana Stefano Fassina. Ma il documento non è stato ben digerito da tutta l’ala 5 stelle. Su 26 consiglieri presenti, infatti, 22 hanno votato la mozione presentata dalla loro compagna di partito. Pur presenti fra i banchi del Consiglio, invece, hanno scelto di non partecipare al voto Annalisa Bernabei, Teresa Maria Zotta e Monica Montella.

La mozione è stata “sponsorizzata” dalla giunta guidata da Virginia Raggi, e in particolare dall’assessora al Sociale Laura Baldassarre. Proprio la Baldassarre, che prima di entrare nella giunta M5s lavorava all’Unicef, ha espresso forte preoccupazione per gli effetti del decreto Sicurezza: “Siamo preoccupati: se non cambierà il decreto Salvini abbiamo stimato che 1059 persone solo a Roma uscirebbero dal sistema Sprar, con due effetti negativi: che i servizi sociali si dovrebbero fare carico di queste persone, e non ce la fanno, e che aumenterebbero le situazioni di illegalità”. La preoccupazione dell’amministrazione, infatti, riguarda i prossimi sgomberi su cui lo stesso ministro Salvini ha imposto un’importante accelerazione. Applicato alla lettera, infatti, il decreto impone ai Comuni di supportare le azioni della Prefettura togliendo gli strumenti per la ricollocazione dei migranti “sfrattati”, salvando di fatto solo chi è già in possesso dello status di rifugiato politico ma lasciando nel limbo richiedenti asilo e persone che usufruiscono della protezione umanitaria.