“Stavolta non sarà come al G7 in Canada”. Il concetto Donald Trump lo ha ripetuto ai suoi mentre l’Air Force One si dirigeva in Argentina per il G20. Summit che parte tra le tensioni sui dazi e per la crisi tra Russia e Ucraina, e i cui lavori sono ancora una volta appesi alle bizze del presidente americano che ha dato un ordine ben preciso: “O passano le condizioni poste dagli Stai Uniti o ci tireremo fuori dal comunicato finale”. A consegnare – come riporta l’Ansa – quello che suona come un vero e proprio ultimatum ai partner è stato il falco John Bolton, consigliere per la sicurezza nazionale di Trump che guida la delegazione dei negoziatori Usa.

Mentre ad un altro superfalco, il consigliere per il commercio Peter Navarro, è stato affidato il compito di gestire la trattativa con i cinesi per strappare quel patto che il tycoon spera di sbandierare nelle prossime ore dopo l’attesissimo incontro con Xi Jinping. È questo l’unico vero obiettivo a cui, nonostante l’atteggiamento di sfida, sta puntando il presidente americano che rischia – come accaduto ultimamente – di restare isolato su tutto il resto. Con gli alleati, a partire da quelli europei, che non sembrano disposti a fargli sconti. Ma un successo con Xi sarebbe anche il modo per tentare di oscurare, almeno per un po’, la cattive notizie che arrivano dalle indagini sul Russiagate, sempre più vicine a toccare il suo inner circle e i suoi familiari.

Tre le condizioni poste sul tavolo dagli uomini di Trump che lavorano alla preparazione della dichiarazione finale del vertice e tutte, ancora una volta, improntate al mantra dell’America First: nessuna menzione del libero commercio senza affiancarlo alla definizione di “commercio equo”, no al passaggio sulla necessità di un rafforzamento delle istituzioni commerciali internazionali (a partire dal Wto), nessun riferimento all’accordo sul clima di Parigi, quello da cui gli Stati Uniti si sono ritirati.”Siamo impegnati a lavorare per un consenso sul comunicato ma ci opporremo con forza a un linguaggio che pregiudichi le nostre posizioni. E siamo pronti a tirarci fuori se necessario”, ha affermato una fonte della Casa Bianca. Di certo c’è che stavolta il presidente americano, mai così sospettoso, segue passo passo i negoziati, per non correre di nuovo il rischio di essere tagliato fuori: magari anche da qualcuno nella delegazione Usa tentato dallo smorzare i toni e le posizioni più ruvide del tycoon o addirittura tentato dal remare contro.

Incerto anche l’esito della partita con la Cina, sebbene Trump parli di “segnali positivi”. Un’apertura a quella tregua in base alla quale gli Usa dovrebbero impegnarsi a sospendere ogni decisione su nuovi dazi fino alla prossima primavera, in cambio dell’avvio di negoziati con Pechino a tutto campo, dalle politiche commerciali alla protezione dei diritti di proprietà intellettuale passando anche per l’annosa questione dei cambi. Il tutto per arrivare ad un accordo finale che potrebbe ridisegnare completamente i rapporti tra Usa e Cina e rilanciare il G2 sotto l’egida di Trump e Xi. Ma a mettere in guardia il presidente americano da nuove politiche commerciai ostili sono innanzitutto gli europei, Francia e Germania in primis, che temono un’improvvisa offensiva Usa sul settore delle auto, come più volte minacciato dal tycoon. E anche il premier canadese Justin Trudeau, dopo la firma dell’accordo commerciale con Usa e Messico che sostituisce il Nafta, non si è fato pregare nel chiedere con forza a Trump di rimuovere i famigerati dazi su acciaio e alluminio. Sullo sfondo il gelo con Vladimir Putin, dopo la decisione del presidente americano di cancellare l’attesissimo bilaterale col leader del Cremlino. E l’imbarazzo col principe ereditario saudita Mohamed bin Salman, con il quale Trump ha scambiato solo alcuni convenevoli.

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