Anche se in pochi se ne sono accorti, giovedì 1 novembre l’Ue ha spento venticinque candeline. 

E’ sintomatico che un anniversario di questa portata, sia passato quasi inosservato: possibile che il progetto dell’Unione si sia oggi tanto rimpicciolito nella portata e nelle ambizioni, da aver provocato un’amnesia collettiva persino sulla data della sua fondazione?

Il 2 giugno europeo, se così vogliamo chiamare l’entrata in vigore del Trattato che ha istituito la cittadinanza europea e spinto sull’acceleratore dell’integrazione politica – per alcuni il primo passo verso gli Stati Uniti d’Europa – in crisi c’è nato: già nel 1993, infatti, mostrava i prodromi della difficile situazione attuale. E per chi individuasse in Visegrad, la causa di tutti i mali, va detto subito: loro non c’entrano. Con il muro caduto da poco e la guerra nell’ex Jugoslavia ancora nel vivo, a far tremare la (non ancora nata) Ue ci pensarono i danesi, che prima respinsero il referendum su Maastricht e, in seguito, aderirono solo grazie ad una serie di opt-out in stile britannico.

In Danimarca, furono due le ragioni che convinsero una (stretta) maggioranza a votare No: la perdita di sovranità, soprattutto per le politiche della difesa e per quella monetaria, e l’eccessiva impronta liberista nel disegno economico della futura Unione. A leggere con attenzione queste ragioni, le stesse che hanno tenuto fuori la Norvegia, si individuano con precisioni due tra le cause principali del precario stato di salute odierno del progetto europeo: la prima è la difficoltà nell’armonizzare diritti e doveri, all’interno di un’organizzazione politica con culture distanti – tra loro – anni luce. E l’impossibilità di trovare soluzioni “one-size-fits-all” che vadano bene da Helsinki a Nicosia.

La seconda attiene al “colore economico” dell’Unione: l’Europa è fondata sul libero mercato e sulla concorrenza, un’opzione lecita che tuttavia si scontra con la storia e la cultura di paesi orgogliosi della loro forte impronta statalista. Proprio in Norvegia, ad esempio, i No hanno vinto ben due referendum agitando lo spauracchio dello smantellamento del generosissimo welfare imposto da Bruxelles. Certamente un’esagerazione ma alla luce dell’ondata anti-establishment che ha colpito i paesi di mezzo Continente, probabilmente una tesi probabilmente da analizzare.

Così il 1 novembre del ’93, probabilmente, non è stato l’inizio di una rivoluzione ma forse il picco raggiunto dal sogno di un’Europa senza guerre. Oggi gli Stati membri sono più del doppio di allora, uno si appresta ad andare, alcuni vorrebbero rifondare questo progetto incompiuto. Ma come?

Le opzioni sul tavolo non sono poi così allettanti: all’europeismo acritico e individualista degli uffici marketing, pieno di slogan e di clienti, si contrappone l’anti-europeismo comunitario da hooligans, sgrammaticato e pieno di nemici.

Un altro esempio concreto, fa la sintesi sullo stato dell’Unione meglio di qualunque astrazione: proprio nel giorno del 25esimo anniversario del Trattato di Maastricht, per una curiosa coincidenza, un tribunale olandese ha emesso una sentenza storica: in un processo civile che vedeva contrapposti Ryanair, la compagnia aerea – in un certo senso – simbolo del bene e del male dell’Ue (libera circolazione, a pochi euro, da un angolo all’altro del Continente ma allo stesso tempo turbo-liberismo con ben poco rispetto per regole e diritti) ha perso una causa contro i piloti olandesi della compagnia. Il motivo? Dopo un’estate di scioperi, convocati soprattutto per ottenere contratti olandesi in Olanda, al posto di quelli irlandesi che tutelano meno i lavoratori, la compagnia ha chiuso la sua base ad Eindhoven, nel sud dei Paesi Bassi.

Ai piloti è stato intimato l’aut-aut: o vi trasferite altrove oppure cercatevi un altro lavoro. Alla fine il giudice ha dato ragione a loro, ritenendo la chiusura una ritorsione anti-sindacale. E Ryanair? Ryanair, forte delle falle (volutamente) aperte nella normativa europea, potrà continuare a fare come vuole anche infischiandosene della sentenza di un giudice.

25 anni dopo, e a pochi mesi dalle elezioni per il Parlamento europeo, viene spontaneo chiedersi: era questa, l’Europa di Ryanair e dei suoi avvocati, il progetto che i “costituenti comunitari” avevano in mente un quarto di secolo fa?