Un medico che lavora in un carcere e che, visitando un detenuto, si accorge di segni sul suo corpo che lasciano presagire abbia subito violenze, deve o no fotografare le ferite o che per loro? O deve limitarsi a refertare per iscritto? Seppur fosse il medico più scrupoloso e onesto al mondo, la descrizione scritta è sempre frutto della sua singola interpretazione. Inoltre, rende senz’altro un’idea meno chiara di quanto non facciano descrizione e immagini insieme. Infine, se il medico dovesse essere meno scrupoloso o meno onesto, potrebbe documentare in maniera parziale i segni rinvenuti. Sembrerebbe banale. Stefano Cucchi sarebbe rimasto una delle tante vittime sconosciute e prive di giustizia senza quelle fotografie che scossero l’Italia. Eppure…

Sono usciti in Gazzetta Ufficiale i tre decreti governativi di riforma dell’ordinamento penitenziario. Il lavoro di riflessione su norme più moderne che potessero sostituire quelle nel 1975 e portare l’esecuzione della pena al passo di un mondo oramai cambiato era cominciato diversi anni fa, all’indomani di quella cosiddetta sentenza Torreggiani con cui la Corte di Strasburgo aveva condannato l’Italia per il trattamento inumano e degradante ricevuto dalle persone detenute nel nostro Paese.

Si è capito con il passare del tempo che mancavano il coraggio e la volontà per portare avanti un ripensamento profondo di un’idea di pena che, a giudicare dalle statistiche sui tassi di recidiva, non sta funzionando molto bene. È mancato il coraggio al vecchio governo che, giunto troppo in prossimità delle elezioni politiche, ha mandato al macero un anno e mezzo di lavoro dei tantissimi esperti chiamati a raccolta nella grande consultazione che va sotto il nome di Stati Generali dell’esecuzione penale. È mancata la volontà al nuovo governo che, dietro uno slogan ben poco chiaro invocante certezza della pena (e perché, un nuovo modello di pena significa una pena più incerta?), non si è voluto confrontare con idee che andassero appena un po’ al di là dell’ovvio.

I decreti pubblicati in Gazzetta – sulla vita penitenziaria in generale, sul lavoro in carcere, sugli istituti di pena per minorenni – sono la versione tagliuzzata e sbiadita di quanto si era sperato. Dopo oltre quarant’anni dalla vecchia legge, viene operata una riforma che nulla ha di epocale e che somiglia a un piccolo aggiustamento di rotta in corsa. Avremo modo di commentarli e già lo abbiamo fatto durante il loro tormentato percorso.

Un particolare voglio invece qui far notare. Un particolare che mi ha colpito e che non so in quanti abbiano notato. Nell’acquisire e nel conformarsi ai pareri delle competenti Commissioni parlamentari, i decreti hanno subito alcune modifiche. Ad esempio, è sparito l’articolo che intendeva tutelare le professioni di fede diverse da quella cattolica. Niente di rivoluzionario. Si diceva solamente che i detenuti hanno la libertà di professare il culto che vogliono e che l’amministrazione deve agevolarne la pratica. Chiunque abbia studiato il fenomeno concorda sul fatto che chi in carcere mostra tendenze alla radicalizzazione religiosa lo fa come reazione a diritti violati. Detto banalmente: se un detenuto straniero non capisce perché è in carcere in quanto nessuno gli traduce i documenti rilevanti, viene fatto vivere in una cella fatiscente e sovraffollata, non riesce a telefonare ai parenti perché nessuno si fa carico della relativa burocrazia, gli si nega il diritto alla propria religione c’è allora qualche possibilità che reagisca con pensieri stereotipati e violenti verso il mondo occidentale.

Ma non è neanche di questo che volevo parlare. Mi ha colpito come qualcuno si possa essere preso la briga di cancellare quattro paroline che comparivano nella bozza di decreto fino a pochi giorni fa. Leggevamo infatti: “Nella cartella clinica del detenuto o internato il medico annota immediatamente, anche mediante comunicazione fotografica, ogni informazione relativa a segni o indicazioni che facciano apparire che la persona possa aver subito violenze o maltrattamenti”.

L’inciso relativo alla comunicazione fotografica è oggi scomparso. Se non fosse mai stato inserito sarebbe stato diverso. La legge non lo vieta e il medico può pensarci da solo. Ma che si sia pensato esplicitamente a toglierlo mi pare inquietante. La versione precedente della norma intendeva rendere obbligatoria la documentazione fotografica in casi di possibili violenze. Sembrerebbe del tutto ragionevole. Se mai si dovrà andare a un processo, ciò sarà probabilmente molto tempo dopo. Di quei segni, auspicabilmente, non ci sarà più traccia sul corpo della persona. La documentazione fotografica potrà allora essere preziosa. Dirimente. Se così non sarà, si saranno solo usati pochi minuti in più e qualche scatto di cellulare inutilmente. Che senso ha toglierne la menzione?

Visto che, contemporaneamente, qualcuno propone di togliere il reato di tortura – appena introdotto – dal codice penale italiano, qualche dubbio mi viene. Lega le mani alle forze dell’ordine, sostiene Fratelli d’Italia. Le forze dell’ordine che io stimo e che voglio non sono quelle che usano la tortura. Sono invece quelle che chiedono verità nel processo per la morte di Stefano Cucchi. E sono quelle che chiederebbero a gran voce a un medico di eseguire in ogni circostanza una perizia il più completa possibile.