Se l’antipasto era stato il talk-show con Renzi presentatore in versione Fazio e Bonolis sul palco al posto dell’atteso Minniti, la Leopolda numero nove si chiude così com’era iniziata. Con un’unica grande assente: la politica. Rimasta sullo sfondo, nell’edizione da format tv, tra la regia che rincorre i millennials, e il palco riservato a finanzieri, fisici, economisti e showman. Non basta nemmeno la chiusura dell’ex premier, tornato nei panni del vecchio rottamatore, contro tutto e tutti, per farla tornare protagonista. Né il lancio dei ‘comitati civici’, oggi base per la nuova “Resistenza”, domani chissà.

Piuttosto, puntuale come se nulla fosse accaduto e le batoste elettorali mai esistite, Matteo Renzi, nelle vesti del ‘vate’, torna a celebrare quel senso di comunità che si temeva perduto. Per risvegliare un popolo: quello dei suoi fedelissimi, che mai lo hanno tradito nella sua Firenze e che lo considerano ancora l’unico leader. Tornati a riempire la Leopolda, la prima dal ritorno all’opposizione, dopo la sbornia degli anni di governo. Ci sono loro, ma se ne sono andati intanto pezzi di classe dirigente. Quei “beneficiati e rancorosi” contro cui Renzi aveva già lanciato il suo anatema. Resta l’ultima guardia pretoriana parlamentare, da Ettore Rosato a Ivan Scalfarotto, fino a Morani, Malpezzi, Nobili, Carbone, Pittella, Nardella, Faraone e pure Piero De Luca. E non solo. Nomi imposti nelle liste, con il quale l’ex segretario riesce ancora a controllare i gruppi Pd tra Camera e Senato. E con i quali punta ancora a fare e disfare del partito, seppur pubblicamente appena evocato, nel giorno finale della messa renziana. E magari pure a rinviare sine die le primarie.

Puntuale, come ogni anno, il rito è rispettato con le sue formule classiche. Così, poco dopo le 13, Renzi fa ritorno nella sua Chiesa. E si prende la scena, tra gli applausi. Questa volta entrando dal retro-palco, dopo la passerella da ‘star’  tra la folla festante del primo giorno. A fargli da apripista Teresa Bellanova. Era stata lei, evocata prima di Marco Minniti come candidata renziana al Congresso (o in ticket con lo stesso ex ministro) a scaldare la platea. Con un altro grande classico del renzismo: l’attacco ai traditori interni al partito. “A forza di combattere leader riconosciuti, state togliendo i mattoni della casa comune”. Militanti in visibilio, tutti in piedi ad applaudire. Ed è una formula dall’usato sicuro, che lo stesso Renzi ripete. Altro che “ritorno al futuro”. Non è un caso che quello contro “i compagni di strada che non hanno avuto niente da dire sul carattere di Renzi fin tanto che stavano a fare i ministri” sia tra i passaggi dell’intervento che mandano i militanti in estasi. Partono i fischi, Renzi li ferma dopo averli fomentati, ritraendo la mano. Altro grande classico dello stile renziano. Non è l’unico mantra: c’è spazio pure per un affondo a Gentiloni, tra le righe, con il solito passaggio contro chi ha voluto la spersonalizzazione.

Con il suo popolo la sintonia è perfetta, basta alzare il tono della voce per ’chiamare’ gli applausi. O far partire le proteste contro gli avversari. I soliti, anche quelli. Così nell’identificazione renziana del nemico finiscono pure media e giornalisti. E non è una novità. “Ma perché nessuno ne parla?”, si lamenta quando rilancia contro i condoni del governo, contro la “manona” ad Ischia e “l’insistere di Di Maio”. O contro Beppe Grillo accusato di aver “fondato una carriera sull’essere pagato in nero”. Certo, i toni finiscono per ricalcare però l’odiato “populismo”, almeno nel metodo, tanto da finire per inseguire proprio quel pentaleghismo che attacca. Ma c’è un momento in cui la folla renziana non si trattiene. L’attacco contro il neo presidente Rai Marcello Foa, sotto accusa per le sue frasi contro il gruppo degli eurodeputati PD (“Ha ricevuto finanziamenti dal miliardario Soros”). Il leader lo bolla come un bugiardo, parte un boato di applausi, che si trasforma in un tripudio quando Renzi parla delle “schede segnate per la sua elezione”. “Neanche Berlusconi era arrivato a tanto, vergognatevi”. Si raggiunge l’acme, la Leopolda e il suo leader si muovono ormai all’unisono. E c’è spazio pure per l’autoassoluzione, mai mancata alla Leopolda, con le riforme rivendicate.

Sullo sfondo resta invece il Pd, quello che Renzi ha portato fino al 18%, sotto la soglia dell’odiata Ditta. Il Congresso dem, ancora senza data, doveva restare tabù. E così è stato, fino all’intervento di Renzi. Che quasi finge di non importarsene, promettendo a chi vincerà “la collaborazione e il rispetto che non abbiamo ricevuto”. Ancora una volta, la congiura interna. La folla si esalta, ride per gli attacchi sarcastici a Di Maio e Salvini. E non sembra interessarsi molto del destino del partito, quanto del futuro del suo leader. Pronto a seguirlo. Non è un caso che alla Leopolda non pochi militanti spingano perché fondi un nuovo partito. Renzi, al momento, aspetta e invita tutti già per la Leopolda 2019. Imita l’accento romano per ricordare il consiglio di chi gli ha suggerito di fare come “er cinese che aspetta il cadavere al fiume”. “Noi saremo più calmi del cinese”, insiste. Saranno i nuovi comitati civici a riorganizzare le forze. “Non saranno una nuova corrente, non sono i miei comitati”, nega. Ma alla Leopolda c’è chi ci spera. Lui per ora rilancia di non voler “lasciare l’Italia ai cialtroni”. Quanto basta al suo popolo per credere, o sperare, di tornare protagonista. Dentro o fuori il Pd.