A sette anni dagli arresti dell’operazione antimafia Maglio 3 e dopo quattro gradi di giudizio arriva un’ulteriore conferma che la Liguria non solo è stata infiltrata, ma è terra fertile per il crimine organizzato. Dopo Imperia è la Corte d’appello di Genova a certificarlo. Sette anni e 9 mesi ad Onofrio Garcea, sei anni a Benito Pepè e 4 anni e 8 mesi a Rocco Bruzzaniti; 6 anni ciascuno ai due fratelli Barillaro, Fortunato e Francesco, e a Michele Ciricosta; 3 anni e un mese per Raffaele Battista, 4 anni e 8 mesi per Antonino Multari e Lorenzo Nucera. Queste le pene inflitte nel processo bis per l’inchiesta che nel 2011 aveva portato in carcere dodici persone accusate di far parte delle locali (le articolazioni di base) di Genova e Ventimiglia. Il 4 aprile 2017 la corte di Cassazione aveva annullato le assoluzioni pronunciate per tutti gli imputati in primo e in secondo grado, ordinando un nuovo giudizio. Il sostituto procuratore generale, Pio Macchiavello, aveva quindi riproposto le richieste della sua prima requisitoria: 12 anni per Garcea, 10 anni e 8 mesi per Pepè, 9 anni per Bruzzaniti, 8 per i fratelli Barilaro, Romeo e Ciricosta, 6 per Battista, Multari e Nucera.

Gli imputati erano stati arrestati il 27 luglio 2011 dai carabinieri del Ros di Genova, coordinati dal sostituto procuratore della Dda Alberto Lari (ora procuratore capo a Imperia), venendo poi scarcerati dopo l’assoluzione in primo grado. Garcea e Nucera sono ritenuti i luogotenenti della locale di Genova, alle dirette dipendenze del capo, Domenico ‘Mimmo’ Gangemi, e del suo braccio destro Domenico Belcastro, giudicati separatamente. Per Bruzzaniti, Battista e Multari l’accusa è di essere semplici associati alla locale di Ventimiglia appartengono invece, secondo gli inquirenti, Ciricosta, Pepè e i fratelli Barillaro. L’impianto accusatorio si basa su intercettazioni telefoniche e ambientali che testimoniano i frequenti incontri tra i condannati, che si riunivano per assegnare cariche e discutere le strategie criminali dell’associazione. Particolarmente significativa una riunione a Bosco Marengo, in provincia di Alessandria, in cui gli affiliati avevano presenziato alla formazione di una nuova locale in basso Piemonte, con l’assegnazione di doti e cariche. Tuttavia, anche a causa della chiusura anticipata delle indagini (dovuta a una fuga di notizie) l’inchiesta non è riuscita a individuare alcun delitto-fine realizzato dagli imputati, limitandosi a contestare loro l’appartenenza all’associazione di tipo mafioso.

Sia in primo grado che in appello, tutti e nove erano stati assolti perché il fatto non non sussisteva. Alla base delle motivazioni la “mancata estrinsecazione” del metodo mafioso: i giudici di merito, cioè, avevano ritenuto dimostrata l’appartenenza formale degli imputati alla ‘ndrangheta, ma, a loro avviso, le locali liguri non suscitavano nella popolazione l’intimidazione, l’assoggettamento e l’omertà necessari a configurare il 416 bis. Un concetto espresso dal gup nella sentenza di primo grado: “Essere ‘ndranghetista, soprattutto al di fuori della Calabria, non vuol dire necessariamente fare lo ‘ndranghetista“. Ancor più netta era stata la Corte d’appello di Genova: le indagini, scrivevano i giudici, hanno “rivelato un mondo totalmente autoreferenziale, dove si disquisisce in modo causidico delle regole e si rimpiange il passato”. Uno sparuto gruppo di nostalgici, insomma, incapaci di esercitare un reale controllo del territorio, i cui abitanti, anzi, erano per lo più ignari della loro presenza.

E ciò nonostante Mimmo Gangemi e Domenico Belcastro fossero già stati condannati (il primo a 19 anni e 6 mesi, il secondo a 8 anni, condanne rese definitive nel 2017) nell’ambito dell’inchiesta “Crimine” portata avanti dalle Dda di Milano e Reggio Calabria, proprio in quanto vertici della locale di Genova. Gangemi, ad agosto 2009, era stato intercettato in un agrumeto mentre parlava con il boss calabrese DomenicoMicu” Oppedisano, capocrimine di Polsi, e si vantava con una frase rimasta emblematica: “Siamo tutti una cosa, pare che la Liguria è ‘ndranghetista… Quello che c’era qui, lo abbiamo portato lì“. Belcastro, invece, si lamentava con il proprio referente in Calabria, il capoprovincia Giuseppe Commisso, dei litigi sul candidato da appoggiare alle regionali liguri del 2010: nel collegio di Genova, lui spingeva per dirottare i voti della comunità calabrese su Fortunella Moio (figlia di Vincenzo, ex sindaco di Ventimiglia), mentre Gangemi voleva sostenere Aldo Praticò, già consigliere comunale genovese in quota Pdl. Ad Imperia, invece il candidato di Gangemi era Alessio Saso, consigliere regionale uscente del Pdl. I giudici di merito avevano derubricato le preoccupazioni elettorali degli imputati a semplici speranze di ottenere favori dai propri conterranei, se eletti: gli ‘ndranghetisti liguri non avrebbero avuto il potere di condizionare effettivamente l’esito del voto. Tanto è vero – era il ragionamento della sentenza di primo grado – che né Praticò né la Moio erano stati eletti in Consiglio regionale.

Peraltro, nel processo-fotocopia celebrato a Torino – l’inchiesta “Albachiara“, nata da un filone di Maglio 3 – la Corte d’appello ha ribaltato l’assoluzione pronunciata dal gup, sostenendo che la semplice apertura di una locale di ‘ndrangheta al Nord fosse sufficiente, dato il “pedigree criminale” dell’associazione di appartenenza, a giustificare l’applicazione del 416 bis. Un principio di diritto poi confermato dalla Cassazione: “In presenza di univoci elementi dimostrativi di un collegamento funzionale ed organico con la casa madre – scrivevano i giudici di piazza Cavour – la cellula o aggregato associativo non potrà che considerarsi promanazione dell’originaria struttura delinquenziale, di cui non può che ripetere tutti i tratti distintivi, compresa la forza intimidatrice del vincolo e la capacità di condizionare l’ambiente circostante“. Se di ‘ndrangheta si tratta, quindi, l’assoggettamento, l’intimidazione e l’omertà possono considerarsi automaticamente sussistenti, senza bisogno di dimostrazioni ulteriori. E proprio a questo principio di diritto la Cassazione aveva invitato i giudici genovesi ad uniformarsi.

“Le condanne di oggi confermano anche da un punto di vista processuale quello che da anni denunciamo come dato storico: la ‘ndrangheta è presente in Liguria, dove ha trovato un terreno fertile per radicarsi”, scrive in un comunicato il coordinamento di Libera Liguria. “Questa sentenza, che arriva dopo anni di duro lavoro da parte di tanti onesti servitori dello Stato, cui va la nostra riconoscenza, non lascia spazio a interpretazioni riduttive o negazioniste. Interpretazioni che ancora oggi, purtroppo, vengono proclamate da più parti”.

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