Eleonora Giovanardi starebbe bene nel saggio Il paradosso dell’attore di Denis Diderot, come esempio di attrice per cui il solo talento non basta a far la differenza, ma richiede soprattutto studio, disciplina, razionalità e l’inevitabile immissione della cultura e della tecnica. Una laurea in Comunicazione con indirizzo semiotico col massimo dei voti all’Università di Bologna – magna cum laude – anni al conservatorio Achille Peri di Reggio Emilia (“violino, lo strumento più masochista che esista”), la passione per la pittura e infine una carriera solida come attrice cominciata presto nei teatri emiliani dell’ERT. Quando parlando s’infiamma, si percepisce lievemente la cadenza reggiana. A battute ispirate alla saggezza pop emiliana (“ho solide radici in questa terra”), alterna citazioni dalla filosofia di Jacques Lacan e dalla immaginifica e anticipatrice visione del mondo di quel genio di David Foster Wallace, che sta ancora rileggendo. Al cinema quest’anno ha giudicato bellissimo  Il sacrifico del cervo sacro di Yorgos Lanthimos e a teatro ha visto, per la sesta volta, Shakespeare, il Riccardo III dello Schaubühne di Berlino: “quanto è bello il teatro bello!”.

Ha grande successo al cinema nel 2016 come co-protagonista di Quo Vado?, il film record dei record di incassi di Checco Zalone, al secolo Luca Pasquale Medici: “non mi sono montata la testa, per le strade di Milano, dove vivo, non mi riconosce nessuno”. Dopo Checco si apre la porta della commedia con il cinepanettone Natale a Londra di Lillo e Greg. Prima c’era stato il teatro televisivo di Crozza nel paese delle meraviglie e poi nuovamente l’approdo teatrale alle Memorie di un pazzo di Gogol’. Non sono mancati i riconoscimenti. Con la web serie Status, vincitrice di categoria al Milano Film Festival, arriva il premio come migliore attrice al Roma Web Fest 2015. Tuttavia Eleonora Giovanardi “resta umile”, non è una che se la tira ma si definisce, con orgoglio, una secchiona. È pignola ma non pedante. In famiglia una sorella veterinario, il padre meccanico e la mamma neurologa: “i miei genitori non mi hanno mai contrastata, ma sempre incoraggiata. Mi piacerebbe raccontarle di maltrattamenti e ribellioni da artista da giovane, cha fa tanto romantico e maledetto, ma mannaggia mi hanno sempre appoggiato”.

Eleonora cominciamo dall’inizio.
A quattordici anni con Marco Maccieri del teatro Piccolo Orologio. Faccio tutto il liceo recitando, con il teatro scolastico. A scuola mi piacevano i drammoni.

Si rende subito conto di avere talento?
No, e poi cosa vuol dire talento? Una cosa a cui non penso. Nemmeno oggi so cosa vuol dire e non so nemmeno se esiste.

In che senso?
Penso che sia qualcosa di inafferrabile, a meno che non abbia la forza pura di quello di grandi personalità come Mozart. Intendo quelli toccati dalla grazia.

E per i comuni mortali?
Per quelli non toccati dalla grazia? Il talento è davvero una fiammella lieve. Può scappare di mano, spegnersi improvvisamente. Contano altri fattori, come il carattere in primis, la perseveranza, la pazienza, la cura nel coltivarlo. L’incontro con un maestro e, sicuramente, la fortuna.

Il debutto?
Ho debuttato a quattordici anni, come le dicevo, in una specie di caffè teatro a Reggio Emilia. Una semplice lettura di poesie, ma una cosa ho sentito forte, ancora oggi lo ricordo, il buco cosmico, il vuoto interiore il giorno dopo lo spettacolo.

La nostalgia del palco.
Sì, la sensazione di mancanza e il desiderio di andare avanti. Ho capito che il teatro era qualcosa di importante per me. Continuo sempre i corsi con la compagnia teatrale MaMiMò di Reggio. Vado in Australia, mi diplomo al liceo e torno in Italia. Mi iscrivo all’Università di Bologna e decido di diventare una persona seria: mollo il teatro.

Ma non dura…
No, dura solo sei mesi perché poi viene Maccieri che mi dice che vuole fare Sogno di una notte di mezza estate e farmi fare la parte di Puck. Al primo anno di specialistica del DAMS incontro anche Claudio Longhi, un grande professore e attuale direttore dell’ERT. Faccio teatro e studio seriamente comunicazione. Sto ritirata, Piazza Verdi e il Pratello e gli altri luoghi della movida non so nemmeno cosa siano.

Vita solitaria, insomma.
Non proprio, avevo delle amiche a Bologna che erano un po’ come me. Una era Elena Favilli, l’autrice del recente best seller Storie della buonanotte per bambine ribelli, la coautrice era una mia compagna della Paolo Grassi, Francesca Cavallo. Le ho presentate io. Un’altra compagna di studi ora scrive per Quartz a New York, una lavora per Google e una in Mondadori. L’unica che non c’entrava nel gruppo di geni ero io.

Modestia a parte, la selezionano alla prestigiosa Paolo Grassi di Milano.
Provino con cinquecento persone, mi prendono. Siamo nel 2005. Mi diplomo nel 2008.

Secchiona anche sul lavoro?
Le racconto questa di qualche anno fa. Con ERT, un cantiere under 30 con Andrea De Rosa, abbiamo rivisitato il Simposio di Platone, con il titolo What is love. Si parlava anche di pornografia spinta. Avevo un monologo, il più difficile della mia vita.

Cioè?
Dovevo dire tutte le categorie del porno, da abuse, in ordine alfabetico, fino a whrestling. A decine, insomma.

Ha studiato su Youporn?
Non mi bastava. Avevo ricercato anche in altri siti. Youporn mi sembrava poco, troppo pop, scontato. Volevo fare “studi” più personali. Sono secchiona. Trovai un sito che ora non c’è più, Keandra. Ho imparato a fare anche shibari o kinbaku: bondage, insomma. Conosce?

So che è considerata un’arte erotica.
Arte davvero: si fa con le corde. Legavo la una mia compagna di palcoscenico. Ho studiato i tutorial su Youtube in una notte per imparare a fare i nodi. Torna ancora la mia vena secchiona. Alla fine è un po’ come fare l’uncinetto.

Dal Simposio di Platone a Checco Zalone. Un aneddoto?
Si è svolto al polo Nord alle Svalbard. Lassù eravamo ospiti della base italiana del CNR. Tutte le basi di ricerca si forniscono da un minuscolo negozietto di alimentari che apre tipo un giorno alla settimana per un’ora. Beh insomma, alla fine delle riprese Checco riesce a convincere il negozio ad aprire e compra tutto il vino disponibile e prepara una carbonara al sole di mezzanotte per ringraziare i ricercatori della disponibilità e dell’aiuto. Mi ha davvero colpito: persa nel nulla una banda di italiani si sentiva a casa.

Il grande pubblico si ricorda di lei come quella che ha fatto Quo Vado?
È ovvio. Sei una spalla. Devi fare un buon servizio. Devi alzare bene la palla e loro, i mattatori come Checco o Crozza, la schiacciano. Questo è il gioco. E più la spalla è brava e più viene fuori il protagonista. Ed è giusto così. Per questo il cinema non mi ha cambiato tanto la vita. Diciamo che dopo Checco faccio più provini.

A proposito di provini e produttori, cosa pensa del MeeTo.
Io sono stata fortunata, non ho fatto brutti incontri. Ho sempre avuto la percezione forte che bastasse un No. Ho sempre pensato che se anche avessi perso qualcosa con quel No, quel qualcosa, andava perso perché era da perdere. E quindi non avrei perso nulla.

E per quanto riguarda i movimenti  MeToo, Time’sUp ?
Sto con tutte le vittime. Sempre. Che vengano anche dopo cent’anni a dire che sono state stuprate. E poi, posso dire una cosa?

Prego.
Dal mio punto di vista anche scegliere un ruolo femminile al cinema o a teatro ha la sua importanza, sempre che uno si possa permettere di scegliere. Come viene sviluppato il personaggio? Cosa si dice della donna? Che messaggio passa? Il movimento MeToo va cavalcato perché non è detto che torni ed è troppo importante.

Anche quando l’accusa di abusi arriva tardi come Asia Argento?
Io sto con Asia. Insinuare “l’accusa tardiva”, “la ricerca di popolarità”, sposta l’attenzione sul dito invece che sulla luna. La luna, come ci hanno dimostrato i fatti recenti, è che il patriarcato esiste, gli abusi di potere esistono insieme alle molestie sessuali e per combatterle i nuovi movimenti femministi ci hanno dato un bell’esempio di solidarietà ed educazione.

In questa fase il potere è in mano alle donne?
Il potere è in mano alle donne perché in questo momento l’attenzione sul tema è globale. È un potere enorme e va maneggiato con cura, perché i detrattori non aspettano altro che vederci cadere in fallo. Ma possiamo tutte/i usufruire della forza della voce partita da Hollywood per cambiare le cose, ed è questo il momento di farlo, non si può sprecare l’occasione

Magari con l’avvertenza di non esagerare. A volte è accaduto?
Mi interessa anche il punto di vista maschile, perché a volte riconosco che si arriva al parossismo. Ho visto uomini che dentro un teatro, se restano soli con un’attrice, spalancano tutte le porte. Si arriva all’eccesso opposto. Un potere in mano alle donne che può anche essere usato male.

Su questi temi ci fa uno spettacolo?
Sì, sulla questione femminile, ai Filodrammatici. Un testo che parla in generale, non del mondo del cinema. È ambientato in un’agenzia pubblicitaria. Una donna e due colleghi. Sul lavoro, una situazione che può interessare tutti.

Facciamo un salto indietro. Maurizio Crozza: il teatro in televisione.
Gli amici mi dicono “c’è un provino da Crozza” e vado anche io portando un pezzo di Gaber. C’è stato subito intesa. Mi ha insegnato il ritmo della spalla. Lui detta il ritmo e tu, come un pesciolino, segui. I primi sketch di Banderas erano i più naif. Mi divertivo come una pazza. Poi la follia della diretta. Non la fa più nessuno. Mauri è un pazzo. Un talento sterminato. Puoi solo imparare.

Ha appena finito un film sugli anarchici. Di cosa si tratta?
È uscito da poco in Argentina, arriverà anche in Italia. Racconta la storia di Sole e Baleno. Erano due anarchici di Torino 97 e 98. Processo giudiziario non chiaro. Accusati bombaroli zona NO-TAV in Val di Susa. Soledad (Sole) e Edo (Baleno), 23 e 34 anni. Incriminati per bombe. Separati e incarcerati. Edo si suicida in carcere e Soledad va in una comunità dove dopo otto mesi si suicida a sua volta impiccandosi. Giulietta e Romeo maledetti che diventano simboli dell’anarchia di quegli anni. La regista è Agustina Macrì, figlia del presidente. Faccio parte del gruppo degli anarchici squatter.

Veniamo al volontariato, al teatro con i pazienti in ospedale, non si è mai fatto?
Il teatro si è fatto anche ospedale, ma il nostro modo di portare gli artisti all’interno degli ospedali credo che sia una super novità. L’Onlus Officine Buone nasce da un concetto di volontariato al contrario. Con il nostro format “Special stage” i giudici dei musicisti che si esibiscono sono i pazienti stessi. Il contest è nazionale, a fine anno c’è il vincitore.

C’è anche un format per i bambini?
Sì per l’oncologia pediatrica, si chiama Mago Mantello. Io sono andata al Bambin Gesù a leggere la favola del mago ai bambini. Poi c’è il format “Special cook”. Vengono i cuochi e cucinano per i pazienti ed è come un Master Chef ospedaliero. I pazienti mangiano, si divertono e eleggono il migliore.

Sta partecipando ora ad una nuova WEB Serie?
Si chiama In-Volontario sempre con Officine Buone. È un auto-racconto di quello che facciamo come volontari. Vogliamo far passare il messaggio che il volontariato è figo e lo possono fare tutti. Trovi un grip all’interno della società. Ti radica coi piedi per terra. È uscita 17 settembre su MTV e Corriere.it

Novità in arrivo?
Al cinema una cosa, ma non ne parlo per scaramanzia. La novità è che sto scrivendo un libro. Uscirà a primavera. Un trattatello in cui ho messo insieme la passione per la semiotica, quella per il cinema e la recitazione. Contiene anche un monologo dedicato a Checco, che in realtà la vita me l’ha cambiata. Racconto, fra le altre cose, come e perché è per me un maestro.

Titolo?
Dell’amore non si butta via niente, come del maiale. C’è chi ha come mentore Strehler, Ronconi, come modelli la Melato, Brando, Maryl Streep… A me è toccato Checco Zalone!

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