È nata una stella. Questa volta dal sangue. Dopo un patto col diavolo. Da Brady Corbet non ci si poteva aspettare altro che una riflessione profonda sulle origini del male che attanaglia la nostra contemporaneità. Vox Lux, in Concorso a Venezia 75, è il secondo titolo da regista per il trentenne attore che interpretò per Haneke uno dei due sadici protagonisti di Funny Games (versione Usa) e che un paio d’anni fa partecipò da regista nella sezione Orizzonti del festival lagunare con lo sconvolgente The childhood of a leader. Un prologo nel 1999 e un paio di capitoli (2001, 2017) in un’America cupa e sinistra, ancorata ai tragici eventi di Columbine e dell’11 settembre 2001, durante i quali l’adolescente Celeste rinasce strafottente star del pop dopo aver sfiorato la morte come vittima di una sparatoria scolastica. “First the money, second the show”.

L’ascesa nell’olimpo del pop di Celeste (da ragazzina interpretata da Raffey Cassady, da grande Natalie Portman) non è la solita passeggiata melodrammatica, alti e bassi del cuore, talento e botte di fortuna. Aiutata dalla sorella più grande (Stacey Martin) fin dal letto d’ospedale, quando nemmeno riesce a camminare, con quella stigmata dell’evento traumatico al collo, coperto da una fascia per tutto il film, Celeste compone un paio di banali accordi con la pianola. Poi li canta, con la sorella al piano, durante i funerali delle decine di compagni morti. Videocamere tv riprendono il commosso live e il mondo dello spettacolo si accorge cinicamente di una sua presunta propensione al canto. Inizia così un’accelerata progressione narrativa, priva di comicità e di empatia, verso il successo tra sale prove, trasferte in Europa, alberghi, e svezzamento al sesso. Celeste, la sorella e il talent che l’ha acciuffata ferita e fatta esplodere (Jude Law) compongono un “triangolo” anche amoroso evidente, ma mai troppo approfondito. Perché Vox Lux è un film che vive fin da subito di atmosfere sinistre, di una cappa di ombre funeste proiettate sul presente del racconto da fare davvero paura.

La prima ora è una vera e propria penetrazione visiva e di senso nell’oscurità, sia metaforicamente che oggettivamente visto che il 35mm Kodak di Corbet accentua i toni scuri e si faticano a distinguere persino le facce. Chiaro, la subordinazione culturale che abbiamo verso gli Stati Uniti è imbarazzante, ma le coordinate semantiche “strage”, “ospedale”, “successo” fanno accendere il click dell’immedesimazione spettatoriale occidentale. “Viviamo tempi contradditori, sotto le news di un attacco terroristico troviamo quelle su Kim Kardashian”, ha spiegato Corbet. Regista dalla presenza stilistica forte che opta per un approccio formale originale nella sua funzionalità. Inquadrature inizialmente sghembe, talvolta con mezzo personaggio fuori campo. Una voice over dal tono sardonico (William Dafoe) che orienta cronologicamente e contenutisticamente il racconto della vita di Celeste anticipando, seguendo o chiudendo inserti estemporanei di girato amatoriali in MiniDV, talvolta proiettati in flashforward, dove si scoprono diversi dettagli privati e risolutivi nella struttura generale della storia. Ed è qui che l’impasto tra suono e immagine diventa cruciale.

Il soundtrack di Scott Walker è una mistura di stridore di violini, rimbombare di timpani, ma anche accordi distorti di chitarre elettriche sparati ad un volume altissimo che impone di tapparsi per qualche attimo le orecchie. Quando il concetto della manipolazione stilistica diventa chiaro, Corbet, da circa metà film in poi, decide di mollare un pochino la presa e di concentrarsi più sulla parola, sulla spregiudicatezza di Celeste nei rapporti tesi coi media e sempre al limite con entourage, figlia, e fan. Fino a un finale live musicale dove il pop più kitsch, danzereccio, evanescente impera (“adoro la pop music perché nessuno quando la ascolta deve pensare”, spiega la popstar ad un giornalista). Peccato però che prima della tappa del tour, a casa propria nella cittadina dove Celeste venne ferita durante la sparatoria, su una spiaggia croata un gruppo di ragazzi con i volti coperti dalla maschera che Celeste aveva usato nel suo video milionario Hologram, abbia sparato e ucciso decine di persone. Vox Lux è esplicitamente già nel testo un parallelo perturbante tra la perdita dell’innocenza del singolo individuo e la perdita dell’innocenza di una nazione intera, in cui si ammicca (questione di tre secondi con una battuta non didascalica della voce fuori campo) perfino al presidente Trump e alle sue dichiarazioni avventate e imbarazzanti. “La mia è una riflessione sul passato degli ultimi vent’anni, sul male del XX secolo che ha aperto anche il XXI – ha affermato il regista in conferenza stampa – Anni pieni di ansia che si è riversata anche sul presente. Non ho cercato di essere didattico o pedagogico ma di creare qualcosa in cui riflettere collettivamente”. 

 

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