Gianluca Barbera da Correggio – classe 1965, studi classici e una laurea in legge – è uno e trino nell’editoria italiana: nel senso che è giornalista, editore e scrittore. Collabora con le pagine culturali del Giornale e Pangea, occupandosi soprattutto di analisi di fenomeni editoriali e letterari. Ha scritto un romanzo nel 2016, La truffa come una delle belle arti, che ha incassato dal critico letterario Giampaolo Serino un giudizio più che lusinghiero: “Barbera è davvero uno scrittore con il passo del classico”. Come editore ha pubblicato centinaia di titoli con i marchi Barbera, Barney e Melville, soprattutto di narrativa. È stato il primo a far conoscere in Italia Jurij Druznikov, candidato al Nobel 2001, pubblicandone il romanzo Angeli sulla punta di una spillo. Più recentemente è stato l’editore del romanzo capolavoro di Bob Ward, Io sono Red Baker.

La sua carriera editoriale è iniziata nel team Alpha Test di Milano a fine anni 90, dove ha ideato il marchio Sironi con Giulio Mozzi. Una sigla cui arride subito il grande successo, grazie alla scoperta dello scrittore friulano Tullio Avoledo: la super-fiction iperrealistica L’elenco telefonico di Atlantide, pubblicata nel 2003, viene riedita da Einaudi nello stesso anno.
Il Barbera scrittore, da giovane, vive a Correggio, cittadina emiliana che negli anni ’80 vede un grande fermento giovanile di cultura (o sottocultura) pop – quella ben raccontata dal film Radio Freccia – ma anche un pastiche più alto di musica e letteratura. Il rock padano dei concerti nelle piazze paesane che vedono sorgere l’astro nascente di Ligabue, si mescola a concerti stellari come quelli dei Police o dei Clash (da qui discende certamente la militanza di Barbera in una rockband dove suona la chitarra elettrica e canta). In letteratura, invece, sono gli anni di Pier Vittorio Tondelli su tutti, che Barbera ricorda mettere in scena al teatro Asioli Il piccolo principe e far interpretare la parte del piccolo principe biondo al suo migliore amico.

È uscito da poco per Castelvecchi il suo ultimo romanzo, già con un buon successo di vendite: s’intitola Magellano, ovvero l’avventura eterna dell’uomo che si spinge al di là dei propri limiti, il titano solo contro tutti. L’eroe che scommette tutto su un numero solo, rischia ogni cosa, e alla fine fallisce nel suo destino individuale: l’avventura però si rivela un successo, perché la terra per la prima volta viene circumnavigata.

Vivi sui colli senesi da molti anni ormai, ma lo sai che a Correggio c’è uno straordinario cantautore che si chiama Frankie Magellano? È l’alter ego musicale di Matteo Morgotti, lavora sotto falso nome, in realtà è un postino. Tu hai dichiarato che vorresti che il tuo alter ego fosse Salgari
Certo che lo conosco. Molto creativo. E del resto Correggio è terra di straordinari ingegni. Da vent’anni ho scelto di vivere nelle colline senesi ma mi considero uno scrittore senza confini, come i miei romanzi dimostrano, da ultimo Magellano. Fin dal principio ho dichiarato le mie affinità elettive con Salgari, non tanto perché ci somigliamo, quanto per ragioni affettive. Salgari per molti di noi è stato un compagno di giovinezza, di viaggi immaginari fatti di cieli azzurri e di vento nei capelli. Il mio romanzo è soprattutto un omaggio a lui. Anche se per impianto, complessità e struttura linguistica è più vicino a Stevenson. O per altri versi a Melville e Conrad.

Il tuo ultimo romanzo, Magellano, si apre con la storia di una truffa. Ti piacciono i truffatori…
Come ben sai è un tema che mi intriga. L’ingegno messo al servizio di una visione del mondo capovolta. È materia perfetta per un narratore. I cattivi funzionano narrativamente meglio dei buoni. Anche il nuovo romanzo che sto scrivendo, incentrato su un altro leggendario viaggiatore, riprende quel tema con risvolti sorprendenti.

La tua operazione letteraria ha dei precedenti illustri: dal Magellano di Zweig a quello di Regno proibito dell’olandese Jan Jacob Slauerhoff e molti altri racconti più noti di grandi avventure marine
Gli scrittori non sono quasi mai isole separate dal resto mondo, fanno parte di arcipelaghi di idee, si inseriscono tutti in una qualche tradizione narrativa. Io mi colloco in quella che hai citato. Ai nomi che hai fatto aggiungo quelli dei grandi viaggiatori ed esploratori che dal Medioevo in poi ci hanno lasciato vividi resoconti dei loro viaggi. Da Giovanni da Pian del Carpine a Odorico da Pordenone, da Marco Polo a Ludovico de Varthema. Gli italiani vantano una secolare tradizione nel campo dei viaggi di esplorazione: anche se a guidarli erano quasi sempre necessità mercantili o politiche, si distinguevano per acume psicologico, antropologico, etnografico. Anche quando, dopo la scoperta dell’America, l’Italia fu tagliata fuori dalle principali rotte commerciali, essi rimasero protagonisti dei viaggi di esplorazione. Sulle navi comandate da Magellano gli italiani erano oltre una ventina.

Ha scritto Ernst Weiss del Magellano di Zweig: “Ha creato un libro per gente virile, per i giovani, che in un’epoca come la nostra quasi vengono soffocati. Un libro che dà coraggio. E di che cosa oggi abbiamo più bisogno, se non di coraggio?”
Sentendo queste parole mi viene subito in mente Marco Polo. Quando Marco, giovanissimo, giunge alla corte del Gran Khan, di lui l’Imperatore dei Tartari apprezza subito il coraggio, la schiettezza, la curiosità per le usanze degli altri popoli e la capacità di adattarsi a esse. Lo spedisce in missione diplomatica per tutto il vasto regno per oltre vent’anni, perché Marco, a differenza degli altri suoi emissari, al ritorno non si limita a riferire all’Imperatore dell’ambasceria ma gli parla dei costumi e delle credenze dei popoli incontrati; torna con mappe, misurazioni, descrizioni e aneddoti riguardanti le terre visitate. E per tutto questo il Gran Khan lo ama come un figlio. Questo è lo spirito che dovrebbe continuare ad animarci.

Magellano come novello Ulisse. Gli eroici cuori dei viaggiatori del Tennyson (tradotto da Pascoli), “affraliti dal tempo e dal fato, ma duri sempre in lottare e cercare e trovare né cedere mai”. Un mito che viene da lontano nella storia letteraria
Magellano è un mito intramontabile. È l’emblema dell’uomo che si spinge oltre i propri limiti. E che alla fine, come dicevi, fallisce. Anche se solo sul piano personale, perché l’impresa riesce. Il mondo per la prima volta viene circumnavigato. Si ha la prova definitiva della sfericità della Terra. Si apre una nuova via di comunicazione tra Occidente e Oriente. E si possono ridisegnare le carte geografiche in modo più coerente. Il mio Magellano potrebbe essere un novello Ulisse, ma quale? Quello di Omero, che sogna il ritorno, o quello dantesco, mosso da una inestinguibile sete di conoscenza? A ben guardare il Magellano del mio romanzo si direbbe più affine all’Achab di Moby Dick: come lui ossessionato da uno scopo che lo assorbe completamente rendendolo quasi folle.

Hai scritto che tutti guardano a modelli alti, ma il romanzo è innanzitutto una forma d’arte popolare
Il romanzo fin dalle sue origini è una forma d’arte popolare, tutt’al più – da un certo momento in avanti – borghese. I romanzi sono gli antesignani dei film. Ma rispetto a questi ultimi conservano una forza e soprattutto una ricchezza che il cinema non possiederà mai, anche per ragioni tecniche. Chiunque legga un romanzo e poi assista alla sua trasposizione cinematografica se ne renderà conto immediatamente. E comunque anch’io guardo a modelli alti, ma popolari. Non vi è alcuna contraddizione in ciò. Stevenson, Melville, Conrad sono autori popolari e nello stesso tempo altissimi.

Edmondo Berselli ha scritto che i romanzi sono solo intrattenimento e non fanno capire niente né della società né della storia. Quasi sempre però il modo migliore per parlare del presente è parlare del passato. Possiamo dire che tu hai offerto una lettura di Magellano come metafora del presente?
Il mio “Magellano” riprende i grandi temi di sempre: amicizia, amore, passione, tradimento, sete di potere e di ricchezza, ma anche curiosità, desiderio di conoscenza e di eternità. Fin da quando ho iniziato a documentarmi sul conto di Magellano, mi sono reso conto che la sua storia sembrava uscita dalla penna di Shakespeare, che come sappiamo è un maestro nel rappresentare i drammi umani toccando tutte le corde dell’animo e della nostra complessa natura. E dunque quella che va in scena ai giorni nostri non è che l’ennesima variazione di uno stesso tema avente al centro l’uomo e i suoi bisogni, i suoi aneliti, le sue aspirazioni. E cosa vogliono gli uomini di ogni epoca, singolarmente presi? Io credo due cose: primo non essere umiliati; secondo essere apprezzati e possibilmente amati. Se ci si riflette bene, quasi ogni nostra azione è guidata da questi due bisogni. Per dirla con La Rochefoucauld: alla base delle nostre azioni c’è l’amor proprio, perfino negli atti di generosità: lì l’amor proprio sarebbe addirittura presente in misura doppia. Anche chi non è d’accordo con questa visione dell’uomo, ammetterà che rappresenta un importante spunto di riflessione.

Non è che con il personaggio di Del Cano hai messo in scena te stesso, per caso?
Per tutti i personaggi principali mi sono ispirato a persone reali. Approfondendo la conoscenza di Magellano mi sono accorto che aveva tratti comuni con un mio ex datore di lavoro. Un uomo tirannico e folle, così posseduto da un sogno da calpestare chiunque si frapponesse tra lui e la realizzazione di quel sogno. Un uomo che ho detestato ma nel quale coglievo una certa qual grandezza. Per contrapposizione – e come vuole la migliore traduzione – il suo principale antagonista, Del Cano, c’est moi. Per tratteggiare la figura di Pigafetta mi sono invece ispirato a un amico d’infanzia.

Il tuo avatar Salgari, di romanzi di avventura e di grandi viaggi ne scrisse duecento, ma si imbarcò una sola volta costeggiando l’Adriatico e non si mosse mai dai una stanza. Quale sarà il tuo prossimo viaggio?
Mi piace la definizione di Salgari come mio avatar. Posso rubartela?

Come no.
Comunque il mio prossimo viaggio narrativo avrà come percorso la “via della seta” e come meta la Cina. Protagonista infatti sarà Marco Polo, inesauribile affabulatore da Mille e una notte. Quanto ai viaggi reali, sono appena tornato da una serie di escursioni sulle Dolomiti, tra le montagne più belle al mondo. Non escludo però di tuffarmi presto in qualche avventura “magellanica”.

Un giro intorno al mondo?
Perché no?