Strabiliati per il secondo anno consecutivo. Temptation Island è il miglior programma che la televisione offre nella torrida estate 2018. Se i reality puzzano di stantio, riciclato, smaccatamente stracotto, di quella realtà copiata e riprodotta con una fatica del diavolo, Temptation scarta e retrocede alla base del quotidiano con estrema naturalezza: le corna e il tradimento nella vita di coppia. Ammettendo, e non concedendo, che sia tutto smaccatamente fasullo – la tv non è più il bello della diretta, figuriamoci un format montato e rimontato del genere -, questi uomini&donne qualunque recitano così bene la parte di traditi e traditori tanto da scolpirlo nella roccia del falò incrociato.

L’aria da tronismo antico, sguardo catatonico e vaghezza esistenziale, aleggia soprattutto tra i manzi maschili. Terrificanti duplicati di mode altrettanto terribili, quella da pantaloni attillati e sbragati al ginocchio anche quando le gambe sono a malapena un terzo del corpo fa pietà, i ragazzi di Temptation interpretano però benissimo la parte del maschio italiano: tendenzialmente falso, inaffidabile, sempre pronto a tradire, doppiogiochista, infantile. Dall’altro lato l’archetipo della donna italiana un po’ anni cinquanta, tutta amore incondizionato e tinello lasciato unto a casa prima di partire per l’isola, orgoglio e ripicca solo quando le corna da cervo non permettono più di passare nemmeno sotto il portone di casa.

Pensate a Raffaela, una “l” sola, tutta un pianto, un magone, un singhiozzo, un labbro morsicato, di fronte ai filmatini del fidanzato arrapato, ma con garbo, dinanzi alla bella e sculettante morettona. Andrea “cipolla”, sbaciucchia, palpa come una pesca matura le cosce, le spalle, i seni della single Teresa. Ma Rafaela pur disperandosi, pur strofinandosi gli occhi fino ad arrossarli (trucco o non trucco, questa a pianto un bel po’), pur  giurandogliela come nessuno ha mai fatto, alla fine lo perdona. Lui le fa lo sguardo languido, un po’ John Belushi/Jake in The Blues Brothers e Rafaela fino a quel momento totalmente Carrie Fisher con mitra in mano si scioglie (“Oh, Jake”), guarda l’amato come se non vedesse più le palpazioni da manuale, le parole dolci all’amante alla moviola del pc, e lo riprende con sé. Nonostante tutto.

C’è tanto Ingmar Bergman in Temptation Island. O meglio, Bergman è arrivato parecchio prima di Temptation Island. Nel 1973 con Scene da un matrimonio. Bergman aveva già raccontato tutto. L’incertezza della fiducia nell’altro, l’arrivo improvviso come un lampo del gesto rivelatore del tradimento, il dolore dell’agnizione, la bussola in tilt di sentimenti e quotidianità. Erland Josephson che arriva a casa e dice alla moglie Liv Ullmann: “Domani parto per Parigi con Paula (potremmo non ricordarci bene il nome dell’amante, perdonateci e non commentate settanta volte inserendo il nome giusto, grazie), staremo via se tutto va bene almeno sei mesi”. Il mondo crollò addosso a chi vide quel film quasi 50 anni fa. E ancora per chi lo vede oggi scricchiola parecchio. Rafaela è un personaggio bergmaniano.

Consapevole della frivolezza e dell’egoismo del fidanzato/marito, tollerante del torto perché comunque coccolata dal proprio desiderio di innamoramento del partner. Proprio come la Ullmann nel film. Ma prima di finire nella zavorra di un recacalcatismo qualsiasi, aggiungiamo che Rafaela è anche un personaggio da puro melodramma italico. Estremizza un sentimento totale. Lacrima come una statua della madonna, Sopporta il peso di un torto abnorme per l’intero film/programma. Che cosa sono allora le bagatelle stupide di un GF, di un’Isola, di fronte alla solennità di un amore tradito come in Temptation Island? Riguardatevelo tutto. Puntata dopo puntata. E come l’anno scorso, risuggeriamo ai produttori cinematografici italiani: ma che aspettate a reclutare costui o costoro? Dentro a questo programmino estivo c’è tanta di quella realtà di coppia da fare sobbalzare Bergman.