Una “più assidua attività di controllo” nei siti di stoccaggio di rifiuti e una “costante opera di sensibilizzazione verso i gestori” degli impianti. Il governo risponde con una circolare ai prefetti per far fronte al problema dei roghi negli stabilimenti che trattano monnezza: d’ora in poi diventano i siti sensibili da inserire nei piani di controllo del territorio da parte delle forze dell’ordine. Una mossa che cerca di calmare le paure dei cittadini, impauriti dalle notizie su allarmi diossine, divieti di mangiare le verdure dell’arto e di uscire di casa che ogni rogo si porta con sé. L’ultimo caso alla ribalta nazionale è stato Caivano. Sul fronte della prevenzione degli incendi degli impianti, fenomeno ormai fuori controllo e difficile da decifrare del tutto, secondo molti osservatori la mossa del ministro dell’Ambiente Sergio Costa di concerto col Viminale servirà a poco, perché tratta gli incendi come emergenza di pubblica sicurezza e non interviene alla radice del problema.

Nel 2015 si erano già contati una cinquantina di roghi in stabilimenti di rifiuti, qualche decina nel 2016, quando anche ilFattoquotidiano.it aveva cercato di delinearne i contorni del fenomeno. Ma è negli ultimi due anni che gli incendi sono aumentati in maniera esponenziale: oggi il ministro Costa parla di circa 300 roghi tra il 2016 e il 2018. La ex deputata del M5s e del misto Claudia Mannino, ora nei Verdi, tiene un censimento: ne ha contati addirittura 210 negli ultimi 13 mesi, considerando però anche siti diversi da quelli di trattamento e stoccaggio.

Impianti pieni di rifiuti che nessuno vuole 
Che succede? Qualche imprenditore ha parlato di intimidazioni, ma molti richiamano l’attenzione sugli stoccaggi vicino o sopra il limite consentito nella maggior parte degli stabilimenti italiani. Il nostro Paese non ha al momento un numero di inceneritori in linea con i suoi bisogni di smaltimento e così succede che la monnezza – soprattutto gli scarti di trattamento delle raccolte differenziate urbane – rimane a lungo parcheggiata nei piazzali degli impianti prima di trovare una destinazione, in molti casi un inceneritore o una “discarica stranieri”. In impianti già ad alto rischio incendio per la natura delle loro attività, l’aumento degli stoccaggi fa crescere i pericoli. In certi casi non manca la tentazione – illegale – di disfarsi con le fiamme di spazzatura ammassata, facendo così spazio e risparmiando sui costi di smaltimento che in Italia, proprio per il basso numero di impianti, sono ormai schizzati alle stelle.

L’ultimo impianto ad aver preso fuoco è la piattaforma di selezione della differenziata Di Gennaro a Caivano, in provincia di Napoli, che dopo il fermo di altri due impianti campani nelle scorse settimane causa incendio aveva comunicato di non poter ricevere rifiuti aggiuntivi. Nonostante l’appello al consorzio Corepla, che da parte sua respinge ogni addebito, nei piazzali la situazione è rimasta critica.

Il ministro: “Più controlli, fare presto”
Di fronte all’ennesimo rogo il ministro Costa ha ricordato che “da appena una settimana è partita la macchina organizzativa per rendere questi siti sorvegliati speciali” e chiesto “a tutte le prefetture d’Italia di accelerare i tempi”. Oggi, anche a causa delle risorse ridotte, i controlli sono pochi. Carenze a cui – per esempio – il prefetto di Pavia Attilio Visconti ha cercato di sopperire avviando, dopo l’incendio della Eredi Berté, un sistema di controlli a sorpresa attraverso un gruppo coordinato dalla prefettura e composto da personale di Arpa, Provincia, vigili del fuoco e carabinieri. “Nel nostro territorio hanno permesso di scoprire numerose irregolarità, sanzionate e segnalate alla Procura della Repubblica”, dice Visconti a ilfatto.it. Allo stesso tempo, aggiunge la direttrice del consorzio Polieco Claudia Salvestrini, “è necessario più rigore nel rilascio delle autorizzazioni e le stesse fideiussioni, che spesso si sono rivelate false, devono essere oggetto di maggiore attenzione”.

Nessuna risposta a aumento scarti
Da soli, però, i controlli difficilmente potranno disinnescare le tendenze in corso: niente potranno fare di fronte all’aumento delle raccolte differenziate che portano con sé una crescita degli scarti. E non serviranno a molto di fronte alle dinamiche commerciali mondiali, come la chiusura delle frontiere cinesi da gennaio 2018 a molte tipologie di rifiuti – carta e plastica comprese – del resto del mondo. Secondo l’Ispra oggi in Italia dobbiamo gestire circa 38 milioni di tonnellate di scarti dei trattamenti di monnezza, in cui rientrano anche quelli delle differenziata dei cittadini. Una montagna di spazzatura ben superiore ai rifiuti urbani, circa 30 milioni di tonnellate. “Le Regioni devono iniziare a considerare anche gli scarti della differenziata nella loro pianificazione degli impianti”, dicono il direttore di Unirima, l’associazione delle piattaforme della carta, Francesco Sicilia, e il direttore dell’associazione di impianti di selezione Assesele Michele Rizzello, sentiti in questi giorni anche dal consiglio regionale del Piemonte nell’ambito di un’indagine conoscitiva sugli incendi. E se nella stessa audizione Gabriele Muzio delle associazioni imprenditoriali Api e Confapi si è soffermato sul coinvolgimento degli operatori nel processo delle autorizzazioni, Rizzello ha respinto le insinuazioni: “Associare colui che recupera i rifiuti ad un criminale non ci sta bene”.

Chi indaga sui rifiuti: “Serve soluzione strutturale” 
Per chi tra le forze dell’ordine ha iniziato per primo a indagare sui roghi dei cumuli di monnezza intervenire sulle sanzioni e moltiplicare le ispezioni non servirà a far diminuire i fuochi. “Servono soluzioni che affrontino il problema alla radice e intervengano sulle cause. Da una parte si tratta di ridurre la produzione di rifiuti, prevenendo così queste montagne di scarti che oggi non sappiamo come gestire”, chiarisce un investigatore del Noe dei carabinieri da tempo in prima linea. “Dall’altra, bisogna intervenire sulle tariffe di smaltimento e creare sbocchi per questa spazzatura. Alla base delle fiamme, infatti, c’è in molti casi l’obiettivo di disfarsi di rifiuti che nessuno vuole”. È il caso dei capannoni abbandonati riempiti di rifiuti e poi dati alle fiamme, una pratica individuata dai Carabinieri forestali anche nell’inchiesta di questi giorni su traffici illeciti di monnezza in provincia di Milano, con 9 arresti. In questo senso, “bisogna evitare imballaggi inutili e ridurre la differenza di costi tra gestione illecita e gestione legale, rendendo conveniente quest’ultima. Dopo la chiusura del mercato cinese, inoltre, nessuna istituzione ha supportato l’industria nel cercare nuove destinazioni”, aggiunge l’investigatore del nucleo specializzato. Nel frattempo, invece, alcune navi piene di rifiuti italiani sono state respinte dalla Cina a causa di irregolarità e sono tornate di nuovo al porto di Genova, con carichi di immondizia da smaltire.

Misure mancanti
Anche altri provvedimenti che potrebbero contribuire a prevenire il fenomeno degli incendi rimangono lettera morta. Da un lato c’è la richiesta arrivata da più parti di formare una task force nella Direzione nazionale antimafia, dall’altra la proposta di una serie di misure pratiche. In consiglio regionale il direttore di Assosele Rizzello ha proposto tra le altre cose di rendere obbligatoria l’assicurazione antincendio e di incentivare l’installazione negli impianti di termocamere per attivare tempestivamente i soccorsi in caso di roghi. La stessa proposta fu avanzata in un’interrogazione dalla deputata Claudia Mannino nella scorsa legislatura: sistemi che “fotografano” solo la temperatura. Ma l’allora ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti aveva risposto chiamando in causa le norme che limitano la videosorveglianza dei lavoratori.