Il ventennio neoliberista e gli anni recenti e dolorosi della crisi ci hanno lasciato i peggiori divari possibili tra Sud e Centro-Nord (Pil pro capite, povertà, migrazioni sanitarie e universitarie). Ma insegnano anche alle pietre come non si possa disegnare il futuro del Paese senza coinvolgere il Mezzogiorno, escluso di fatto dall’agenda politica ed economica del paese per tre lustri almeno.

Per anni, la logica del depauperamento del Sud, con una contrazione di investimenti che porta (inconsapevolmente, si spera) alla desertificazione del Mezzogiorno, ha puntato a impoverire le clientele e i vari baronati. Ma, in verità, ha finito per colpire solo gli anelli deboli delle varie catene, dai precari agli anziani, ai malati. È una logica da assedio militare. Che deve terminare il prima possibile, per arrestare i drammi sociali ed economici in corso.

Ci attende la necessaria elaborazione di una visione collettiva per superare i particolarismi e soprattutto ricucire gli strappi e le lacerazioni interne alla nostra società. Occorre anzitutto disegnare percorsi di inclusione che coinvolgano le molteplici categorie di esclusi: i precari di varia natura, soprattutto, esclusi persino, di fatto, dalle tutele sindacali.

Giovi ricordare che il dna costituzionale è quello dell’inclusione progressiva nella sfera dei diritti sociali, come insegna la lezione di Calamandrei, non certo la sterile enunciazione di diritti civili sulla carta. Per uscire dal tunnel serve ritornare alla capacità di progettare a lungo termine, come nei primi decenni del secondo dopoguerra, auspicando l’intervento dello stato nei grandi temi.  Credo sia davvero utile la lettura di un recente articolo di Emanuele Felice, che rintraccia i meriti del keynesismo nel secondo dopoguerra: “Salari elevati, pensioni, assicurazioni contro gli infortuni e le malattie, contro la disoccupazione, istruzione e sanità gratuite, o quasi, diritto alla casa: il welfare state. […] E poi ancora, investimenti pubblici per sostenere non solo i consumi e la domanda, ma anche l’offerta.

Per i partiti progressisti è quindi necessario un cambio di paradigma, rispetto agli anni Novanta e Duemila. Occorre tornare a politiche di redistribuzione della ricchezza (che per giunta, a differenza di quelle proposte dai populisti, tengano anche conto delle compatibilità globali)”. Al netto delle critiche che si possono rivolgere a quell’approccio è il caso di dire che non ebbe gli stessi drammatici effetti che è riuscito a rovesciarci addosso questo lungo periodo di ubriacatura liberista.

Più Stato, perché occorre programmazione ad ampio respiro, nell’interesse di tutto il Paese. Ad esempio in materia energetica, per accompagnare il paese verso la “grande transizione”, verso la creazione delle “comunità dell’energia” e una società “ipoentropica”, a bassa dissipazione energetica. Che al Sud non sia l’ennesima “rivoluzione passiva”. Occorre una programmazione in materia industriale, che dia sostegno e respiro alle Pmi innovative, che dialoghino costruttivamente con enti di ricerca e università, per dare sfogo al potenziale di innovazione contenuto in know-how e brevetti di giovani ricercatori oggi costretti a emigrare, nel migliore dei casi. E per aumentare la produttività delle Pmi, in tutto il paese.

Come nel secondo dopoguerra, bisogna trovare nel paese un nuovo legante: nuovi patti di convenienza reciproca tra le sue anime, come negli anni del “boom”.

Antonio Gramsci stupì il mondo per il suo impegno straordinario nello studio e per il rigore nella analisi della realtà, propedeutica all’agire politico. Nonostante i tempi siano così diversi da quelli in cui agì il grande intellettuale sardo, resta il suo tentativo di unire nella lotta operai settentrionali e contadini meridionali. “Gli operai spezzeranno tutte le catene che tengono avvinghiato Il contadino alla sua miseria alla sua disperazione”. Oggi bisogna guardare, in via prioritaria, ai due disagi del ceto medio indebolito e del precariato. Sarà fondamentale, in questo, il ruolo dei sindacati, che devono emanciparsi da una lettura obsoleta e monodimensionale del lavoro. Abbiamo una “maggioranza invisibile” (come la definirebbe Emanuele Ferragina) sempre più al di fuori del perimetro dei diritti sociali, in aperto contrasto con la Costituzione.

La ricerca di fraternità tra gli esclusi, nel pensiero gramsciano, insegni molto ai propugnatori di populismo e di lacerazione. Gramsci contestava il pregiudizio etnico di numerosi intellettuali a lui contemporanei (purtroppo attualissimo) che presentavano il Sud come zavorra dello sviluppo capitalistico e del progresso. Oggi i divari attraversano tutto il paese e la “Questione meridionale” è ormai dentro una grande questione nazionale, che include i grandi nodi delle mafie e della corruzione.

Come ricorda Nando Dalla Chiesa, “La struttura della rendita odierna non permette eguali opportunità per tutti prevalendo la regolazione dei rapporti attraverso approcci di tipo familistico politico”. E ancora “Il combinato disposto di queste condizioni plasma ed esprime al tempo stesso una società incline a penalizzare il merito e le capacità e perciò orientate a fornire mediamente standard di vita sociale più arretrati come testimoniano esemplarmente le migrazioni da sud a nord in cerca di assistenza sanitaria qualificata”

L’elaborazione di un percorso di inclusione e progettualità arresterà le nuove manifestazioni della “rendita”, oggi configurate in nuovo modo (risorse pubbliche, posti di lavoro) e in mano, ça va sans dire, ai nuovi “paglietta”, agli scaltri eredi dei gattopardi che di sicuro trovano conveniente governare un’area sottosviluppata per avere potere politico nella vita della nazione. Gli esclusi diventano sistematicamente risorse elettorali di facile spendibilità.

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