Sarà che, dopo avere dipinto San Francisco come una città di straccioni, non riesce in Messico a trovarne altre di pari livello, sarà come sarà, ma il nostro prode Dibba, non riesce a dimenticare l’Italia. Gli farebbe bene a parer mio: eviterebbe di scrivere quello che ha scritto con tono sgradevole e supponente.

Ha visto rosso, il nostro, un rosso che forse gli ricorda un suo certo passato. Oggi ama il verde, evidentemente, e non una volta ogni tanto ma tutti i santi giorni. Lo ama talmente tanto da dimenticare, ad esempio, che l’intero affare Libia riguardava i suoi attuali compagni di governo. Gli stessi che oggi difende nella chiusura di porti e porte. A dirla tutta la guerra francese avallata dal nostro allora premier Silvio Berlusconi vedeva, salda e senza tentennamenti, la sacra alleanza con la Lega. E non era alleato da poco se allora, come oggi, ministri di peso colorati di verde,  erano incardinati nel governo. Ha ricordi, Di Battista, di parole di preoccupazione, di moti di stizza o di rivolta, da parte dei suoi attuali compagni di strada? Ha ricordi di parole di fuoco contro l’intervento di Salvini che non siano quelle di oggi, che nella sua memoria erano di contrarietà?

No, perché non ce ne furono. Seguirono, senza batter ciglio, quella rotta della follia che portò, qualche anno dopo, a dovere, fronteggiare migranti che dalla Libia se ne dipartivano. E quindi, se la storia è questa e non quella che lui ci racconta del solo Napoletano, lancia in resta, che ci trascinò in guerra “a cavallo di un caval”, occhio a dare del lacchè a chi ha indossato un solo giorno la maglietta rossa.

Che poi, a conoscere gli adulti giovani e meno giovani di Libera e Don Ciotti, appare impossibile anche al prode Di Battista, dare loro dei lacchè, ragione per la quale, i lacchè, son risultati i rimanenti indossatori. Tutto un popolo che, a parer del corrispondente, vive a Capalbio, legge l’ora sul Rolex, e di mestiere fa il radical chic. Che io sappia, giusto per parlare lo stesso linguaggio del Dibba, esistono incensurati anche con il Rolex al polso, posto che è da quando Feltrinelli finì la sua vita sotto il traliccio che non si coniugava benessere materiale con il divieto di rumoreggiare. Il Rolex, in altri termini, non prova la commissione di un reato.

Se il nostro descamisado, invece di moraleggiare si fosse presa la briga di studiare parole così in leggerezza si limiterebbe a pensarle senza scriverle. Senza osare paragoni, perché contesto storico e processi socio economici del tutto differenti, tra una braghetta rossa e l’altra noi, che viviamo di anniversari perché un poco di letture le abbiamo coltivate, ricordiamo che dal 6 luglio al 15 dello stesso mese, ma era il 1938 e non il 2018 si tenne ad Evian, nella civile Francia. Le democrazie occidentali discussero di come ripartirsi in “quote”, proprio come nello scorso mese ha fatto Conte, gli ebrei in fuga dai primi vomiti nazisti. Anche allora, come oggi, non se ne fece nulla e scoppiò il caos che tutti, almeno quello, avremmo dovuto studiare.

La storia si ripete? Non credo, ma aiuta se la si conosce. E’ maestra, si soleva dire.

Ed allora, se proprio, a quel verde che piace al Dibba, dobbiamo dare un significato che poi è quello della speranza, invece di imbufalirsi contro i portatori di Rolex (che si compra a rate insieme alla vacanza e alla protesi dentaria) e contro i giovani e meno giovani portatori di Casio, faccia un bel gesto. Lasci perdere il Messico, che di quello serbiamo il ricordo di una bella canzone cantata da Jannacci, e ne ha ben scritto Saviano. Forse, il nostro, farebbe bene a tornare tra noi: a spingere il suo Movimento a trovare soluzioni in Italia stemperando l’erculeo Salvini. Tanto più che il lavoro sporco lo ha già fatto Minniti: ed è lavoro sporco assai, intendiamoci.

Sono pochi quelli che arrivano: segno che in Libia si tortura bene. Ma almeno quelli li si salvi.

Poi, ognuno è padrone del proprio destino. Ricorderà, il Dibba di come, Charles Maurice De Talleyrand diffidasse di coloro troppo zelanti. Altro insegnamento, certo. Da cui trarre giovamento, si soleva dire.