Cocaina dal Sudamerica e hashish dalla Spagna e dal Marocco. Quintali di droga che grazie alle cosche di Rosarno venivano importate in Italia e finivano nelle piazze di spaccio in Lombardia, Piemonte e Sicilia. È scattata stamattina all’alba l’operazione “Ares” della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Su richiesta del procuratore Giovanni Bombardieri, dell’aggiunto Gaetano Paci e del sostituto della Dda Adriana Sciglio, i carabinieri hanno eseguito un decreto di fermo per associazione a delinquere di stampo mafioso, traffico internazionale di droga, estorsione, tentato omicidio, danneggiamenti e detenzione di armi.

Trentuno persone sono state arrestate perché ritenute organiche delle cosche Cacciola e Grasso che hanno tentato di imporsi sulla scena criminale di Rosarno, approfittando del momento in cui le storiche famiglie ritenute padrone del territorio, i Pesce e i Bellocco, sono maggiormente colpite dalla cattura dei boss fino a poco tempo fa latitanti e dalle numerose inchieste antimafia che le hanno decimate. Con l’operazione “Ares”, magistrati e carabinieri hanno immortalato la scalata delle due cosche. Grazie anche alle dichiarazioni di molti pentiti, infatti, gli inquirenti hanno ricostruito gli assetti e gli equilibri interni ed esterni della famiglia Cacciola che ha iniziato a scalpitare contro i Bellocco dopo la scomparsa per lupara bianca nel 2013 di Domenico Cacciola.

Quest’ultimo, infatti, è stato ucciso a causa di una relazione extraconiugale con Francesca Bellocco anche lei ammazzata dal figlio, Francesco Barone, per lavare l’onta del disonore con la quale i due amanti avevano macchiato la cosca. Un delitto d’onore che è stato solo l’inizio dello scontro tra famiglie di ‘ndrangheta. Lo scorso 16 settembre, infatti, un “commando” guidato da Gregorio Cacciola, di 38 anni e figlio di Domenico, ha tentato di sequestrare a Rosarno, in pieno giorno, Salvatore Consiglio. Volevano portarlo in un luogo isolato e sopprimerlo. Ritenuto uno degli “emergenti” della famiglia Grasso (fino a quel momento considerata una costola dei Cacciola), Salvatore Consiglio è riuscito a fuggire solo perché ha reagito prontamente al fuoco con una pistola che portava sempre con sé illegalmente.

Oltre ai contrasti tra le cosche, i carabinieri hanno registrato il tentativo dei Cacciola di farsi avanti nel traffico di droga, business fino a poco tempo fa monopolizzato dai Pesce e dai Bellocco. Grazie all’intermediazione delle famiglie di San Luca, infatti, i Cacciola-Grasso sono riusciti a fare arrivare dalla Colombia un carico di 300 chili di cocaina pura al 95%. Dal Marocco e attraverso i canali delle organizzazioni criminali spagnole, invece, in Italia sono arrivati altri 500 chili di hashish, indirizzati alle “piazze di spaccio” del Nord Italia.

L’hashish marocchino, infatti, era destinato all’hinterland milanese e in Piemonte dove i rosarnesi si erano ritagliati anche il ruolo di grossisti. In Calabria, inoltre, le famiglie Cacciola e Grasso utilizzavano un’impresa di fuochi d’artificio per confezionare ordigni esplosivi che poi servivano per portare a termine attentati. Come quella bomba commissionata a Giovanni Ursetta e che, usando le parole di Giovanni Grasso, serviva per fare “vibrare il paese”. I carabinieri hanno sequestrato diverse attività commerciali riconducibili ai 31 fermati che erano pronti alla guerra. La pericolosità dei soggetti arrestati, infatti, è stata confermata anche dall’esito delle perquisizioni durante le quali, oltre a 13 chili di droga, sono stai rinvenuti 900mila euro in contanti, un fucile a canne mozze, un kalashnikov, una mitragliatrice Uzi e una pistola calibro 9.