Violetta entra in scena barcollando, scalza, le scarpe con il tacco in mano. Il soprabito trascinato sul pavimento. Rincasa all’alba, ma i paparazzi la riconoscono e la inseguono: lei prima si schermisce, si nega, poi si volta e posa per i fotografi davanti alla locandina del film di cui è protagonista. Lorenzo Mariani allestisce una Traviata che potrebbe uscire direttamente da un film di Fellini, tra scandali, successi folgoranti e solitudini annegate nella frenesia della vita notturna. Parigi è la Via Veneto festaiola degli anni Sessanta, con tutta l’umanità disperata e godereccia della Dolce Vita. Il dramma di Giuseppe Verdi è così amato che l’Opera di Roma lo raddoppia: prima al Costanzi quella di Sofia Coppola con i costumi di Valentino, poi a Caracalla l’allestimento audace di Mariani, che apre la stagione estiva e resta in programma fino al 20 luglio, con la direzione di Yves Abel.

Le suggestioni cinematografiche sono dichiarate fin dall’inizio, dalla locandina del film che accoglie il pubblico, in cui l’eroina di Verdi sembra uscita da un thriller di Hitchcock. Violetta Valery (Kristina Mkhitaryan, molto espressiva ma poco aiutata dall’acustica di Caracalla) è un’attrice che rinuncia alle follie della vita mondana per amore di Alfredo (uno strepitoso Alessandro Scotto di Luzio). Sullo sfondo, Vacanze Romane: il vigile urbano con i guanti bianchi che fischia mentre le Vespe sfrecciano sul palco (veramente!) e le signore fanno volteggiare le gonne a ruota.

Una Traviata dinamica e di grande impatto visivo, pensata, come ha sottolineato il sovrintendente Fuortes, per piacere al pubblico misto che affolla Caracalla, fatto di turisti, melomani e novizi dell’opera. Il famoso brindisi (Libiam, Libiam) è sulla passerella di un défilé di moda, illuminato dai flash dei paparazzi. Magnifiche le scene corali, coreografate da Luciano Cannito. Alla festa a casa di Flora suona un’orchestrina con i sombreros e le maracas e si balla il rock acrobatico come in Grease. Il primo atto è un tripudio di cappelli a tesa larga, fiocchi di taffetà, stole di seta e tailleur pastello. Dietro ai costumi, non per niente, c’è la mano esperta di Silvia Aymonino, che nella sua carriera ha vestito sia gli spettacoli di Hugo De Ana che le cerimonie d’apertura dei Giochi Olimpici. Non si può competere con la scenografia maestosa delle terme di Caracalla: Alessandro Camera lo sa e crea una scena minimalista e mobile. Una cornice (forse uno schermo) e una pedana che diventa ora un tappeto rosso, ora una terrazza vista mare dove Alfredo e Violetta si sollazzano al sole nel secondo atto. Il gioco di luci creato da Roberto Venturi rende le mura romane parte integrante della scena: le proiezioni di Fabio Iaquone e Luca Attili ricreano le insegne e di cinema e bar, la gigantografia di Violetta, le istantanee della villeggiatura. Ci scappa pure un volteggiare di petali di rose che fa tanto filmino di nozze.

Nella scena della villeggiatura le pietre diventano un immenso mare blu: a rompere l’idillio però arriva padre Germont (Fabiàn Veloz) in doppiopetto, che fa un discorsetto democristiano sulla famiglia. Sa signora Violetta, lo scandalo, il buon nome, la reputazione eccetera eccetera. E’ a rischio il matrimonio della figlia minore, la sorella di Alfredo. E quindi? Lasciarlo, sparire. Violetta s’arrabbia: umiliata in casa sua, lei che ha pagato tutti i conti di Germont figlio. Alla fine cede, promette di separarsi da Alfredo in uno slancio di generosità cristiana che la redimerà – troppo tardi – in una specie di santità postuma. Germont non se n’è ancora andato che Violetta chiude gli ombrelloni e ripone le sdraio: sa che è arrivata la fine dell’estate e del suo sogno d’amore.

Ma è alla festa a casa di Flora che si consuma il dramma vero: Mariani la immagina a tema boudoir, con i matadores che ballano sui tavoli come i Centocelle boys e le zingarelle impellicciate che si esibiscono in un provocante burlesque. Altro che Cinecittà, è il Moulin Rouge, che indulge nel kitsch più sfacciato. “Una Parigi rutilante e feroce – ha detto il regista in un’intervista a Repubblica – dove i corpi, gli amori, la carne e le vite si consumano rapidamente”. E in quest’orgia di cuscini e giarrettiere arriva Violetta, che dà il braccio al Barone. Alfredo, ferito e umiliato, si vendica umiliando a sua volta Violetta: non è più cosa sua e quindi la paga, davanti a tutti, come la prostituta che è. O che crede che sia.

Nell’ultimo atto la scenografia tracolla e s’inabissa, spezzata come la vita della protagonista, che giace su un mucchio di robaccia ammassata come la Venere degli stracci, abbandonata fra i ricordi della diva che fu: la locandina con il suo volto stropicciata a terra, le fotografie, qualche paparazzo che ancora sciacalla tra le macerie della sua vita. Poi, l’ultimo raggio di speranza: Alfredo che torna, le promette di lasciare Parigi, un futuro, l’amore. Il duetto finale su una Vespa, come Audrey Hepburn e Gregory Peck. Ma ormai è tardi: questa Traviata da Dolce Vita muore così com’è vissuta, sola, mitragliata dai flash dei fotografi.