I confini nazionali paiono tornare di moda, insieme alla sovranità degli Stati. Gli entusiasti della nuova politica del “parlar chiaro”, che finalmente si sono liberati delle cianfrusaglie retoriche del politicamente corretto progressista (e ce ne sono effettivamente a non finire), trovano il bersaglio perfetto nelle élite cosmopolite, che hanno svuotato gli Stati e la democrazia per colpire i popoli.

Seppure volessimo trascurare alcuni “dettagli” – quali la responsabilità proprio degli Stati nazionali nel nascondersi dietro le istituzioni internazionali per occultare le proprie incapacità – rimarrebbe una questione non eludibile: la dimensione transnazionale di questioni vitali per il futuro dell’umanità. Bomba demografica, distruzione della biodiversità e riscaldamento del pianeta sono tre fenomeni che potrebbero portare al collasso dei sistemi economici e politici in tempi nemmeno troppo lunghi. Già oggi, uno dei fattori politici di maggiore instabilità – le migrazioni – è legato a tali processi globali sia in modo diretto, sia indirettamente a causa delle guerre innescate dalla competizione per le risorse naturali.

Di fronte a quanto sta accadendo, se anche volessimo bollare come “buonista” l’intero apparato internazionale dei diritti umani e decidessimo di essere completamente indifferenti alla sofferenza, alla miseria e alla morte di ingenti quantità di persone, oltre a distruggere le conquiste di qualche secolo di civiltà non saremmo comunque riusciti a risolvere il problema di un rapporto insostenibile tra l’umanità e il pianeta che la ospita.

L’esaltazione della sovranità nazionale e dei suoi confini si condanna all’impotenza non solo sul versante dei problemi ma anche delle soluzioni. La ricerca scientifica, nostro principale ausilio per provare a governare rispettando la realtà dei fatti, è per definizione un’attività globale. Ogni misura di governo che abbia come obiettivo l’equilirio dell’ecostistema – pensiamo ad esempio alla tassazione delle risorse naturali non rinnovabili – è necessariamente da realizzarsi su scala continentale o su scala globale. Ogni regolamentazione volta a preservare le risorse ambientali dalla sola logica del profitto necessita un riscontro anche a livello transnazionale per non infliggere una perdita di competitività troppo pesante all’interno della competizione globale.

Nel giorno in cui tornano i confini tra Italia e Austria perché non riusciamo a sbarrare i confini tra Italia e Libia, sarebbe bene ricordarsi che la ragione per sentirsi abitanti dello stesso pianeta non risiede in uno snobistico vezzo mondialista, ma nel fatto che è proprio vero: per quanti nuovi confini (non) sapremo difendere, c’è solo un pianeta Terra.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te

In questi tempi difficili e straordinari, è fondamentale garantire un'informazione di qualità. Per noi de ilfattoquotidiano.it gli unici padroni sono i lettori. A differenza di altri, vogliamo offrire un giornalismo aperto a tutti, senza paywall. Il tuo contributo è fondamentale per permetterci di farlo. Diventa anche tu Sostenitore

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Decreto dignità, Confindustria stia serena. La dignità è ancora tutta da riscattare

next
Articolo Successivo

Copyright, Parlamento Ue alla conta dei voti sulla riforma: gruppi spaccati, M5s ribadisce linea contraria

next