Qualche settimana fa, sono stato invitato a un dibattito politico organizzato da un collettivo locale lombardo. Per problemi logistici, ho finito per parteciparvi via Skype, collegato da casa. Era presente, tra i vari ospiti, un deputato del M5s. Quest’ultimo, nel suo intervento, sottolineava la sua estrazione proletaria, le sue umili origini, il fatto di non dover nulla a nessuna camarilla, a nessun padrino politico. Cose che mi emozionano perché a includere (al netto di molti difetti) fette di società subalterne nella sfera politica ci avevano pensato i partiti di massa del dopoguerra. Una tradizione ormai andata in fumo negli ultimi decenni a causa della deriva oligarchica della politica, alla quale il M5s è stato in grado di sopperire, almeno in parte, negli ultimi anni. Ma con una grave differenza.

Mentre ascoltavo l’intervento del parlamentare pentastellato emergeva un modo di intendere il messaggio grillino piuttosto radicale. Le sue parole sull’Euro e l’Unione Europea erano piuttosto dure; anch’esse gradite da chi scrive queste righe per via dell’innegabile effetto negativo che un’integrazione condotta dall’alto ha avuto sui salari, sul livello di disoccupazione, sull’usurpazione delle prerogative democratiche degli elettorati nazionali. Tuttavia, mentre lo ascoltavo e scorrevo la timeline di Facebook attendendo il mio turno per parlare, mi è apparsa la notizia che Luigi Di Maio, poche ore prima, aveva assicurato che l’Euro, l’Unione europea e la Nato erano intoccabili. Parole di rassicurazione, parole per ribadire la propria “presentabilità”. L’esatto contrario di quanto stavo ascoltando da un esponente del suo stesso partito. Il M5s, una pluralità di voci dissonanti, una coro stonato che, privo di responsabilità qual era fino all’altro giorno, poteva evitare la quadra.

Ora i nodi sono arrivati al pettine. Il momento del potere, della decisione, è il momento del disinganno da ogni ambiguità. Il M5s è stato un contenitore eterogeneo, in cui è confluito di tutto: molti, tanti pezzi sani di società, desiderosi di una discontinuità sincera rispetto a un passato fatto di politiche antisociali. Ma si sono intrufolati – o in molti casi ne hanno fatto parte sin dall’inizio – anche soggetti in doppiopetto, carrieristi senza ideali, per i quali la smania di potere ha potuto più di qualsiasi altra considerazione, portando a un’alleanza politica scellerata dove gli obiettivi caratterizzanti del M5S risultano diluiti, fagocitati, annacquati. La Lega, con la metà dei voti, ha portato a casa metà governo e detta ritmi e tempi del dibattito politico.

Oltre alla vaghezza di propositi e obiettivi che ha portato a un balbettio politico senza precedenti, c’è un’altra cruciale differenza con i partiti del dopoguerra. La capacità di questi ultimi di incorporare alla politica contadini, operai, gente umile proveniente da ogni angolo d’Italia andava di pari passo con la costruzione di una classe dirigente degna di tal nome. I partiti erano delle scuole di vita che formavano i propri dirigenti per prepararli a dirigere il Paese, facendo della cultura e del dominio delle competenze un elemento imprescindibile per poter difendere in maniera compiuta la propria idea di società. Nulla a che vedere con le parole sconnesse del deputato pentastellato che dopo cinque anni di legislatura riusciva a malapena a effettuare un ragionamento politico. Nulla a che vedere con la necessità continua di dover rivolgersi ad agenzie esterne di formazione, spesso diretta emanazione delle oligarchie economiche, con il rischio di reclutare un personale amministrativo e tecnico in continuità con le logiche politiche precedenti, come spiegato bene su Il Manifesto da Tommaso Nencioni nell’editoriale del 16 giugno.

È arrivato il momento di correre ai ripari. Un progetto di rottura non può passare per faccendieri opachi e parole vaghe, che vengono per di più rimangiate e diluite sull’altare delle brame di potere. È giunto il momento di costruire qualcosa di diverso per riprenderci l’Italia, per sottrarla non solo ai politici ma ai veri responsabili del dissesto sociale ed economico che vive il nostro Paese: le élite economiche, la grande imprenditoria, il sistema finanziario nel suo complesso, la tecnocrazia europea a cui è stato affidato il compito di ammantare di serietà delle politiche che distruggono il lavoro e rendono più povera l’Italia. Per questo, il movimento Senso comune organizza Riprendiamoci l’Italia. Contro le élite e i falsi profeti, per una politica della gente comune, un evento per raggruppare chi pensa che il lavoro precario, i trattati europei e le politiche di austerità vadano cestinati. Un evento per ribadire che lo Stato deve tornare a investire, che la sovranità popolare va recuperata perché è sinonimo di democrazia, che non possiamo permetterci un Paese con pochi oligarchi che si arricchiscono alle spalle di una maggioranza sempre più impoverita.

Appuntamento sabato 23 giugno alle ore 16.30 presso l’Arci Monk di Via Mirri, 35 a Roma.

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