In cinque anni non ha mai versato un contributo al partito, tanto che il Pd gli ha mandato un’ingiunzione da 83mila euro. Sono però bastati pochi mesi (e una campagna elettorale) perché Pietro Grasso mettesse mano al portafogli e rimpolpasse le casse: non quelle del partito che lo ha fatto eleggere e reso seconda carica dello Stato, ma quelle di Liberi e Uguali da lui stesso fondato. Al quale ha fatto la grazia di un contributo di ben 30mila euro, un terzo del suo “debito” verso i democratici. E non è l’unico, perché tra le fila dei fuoriusciti si contano almeno altri cinque onorevoli che dovevano soldi al Pd ma li hanno “girati” a Leu.

Per i democratici la notizia ha il sapore della beffa. Proprio oggi via del Nazareno ha annunciato l’approvazione del bilancio in utile anche grazie al recupero crediti avviato verso i 60 parlamentari che nel corso della passata legislatura hanno omesso di versare i 1.500 euro al mese richiesti per statuto a chiunque venga eletto. Da fonti del partito si apprende che il Tribunale di Roma cui il Pd si è rivolto ha emesso 10 provvedimenti immediatamente esecutivi a carico di alcuni ex deputati tra i quali il lettiano Marco Meloni (per quasi 10mila euro), Simone Valiante (50mila), Guglielmo Vaccaro (altri 43mila), Giovanna Palma (19mila), Vincenzo Cuomo (40mila), Giovanni Falcone (38mila).

Analogo decreto, nei prossimi giorni, potrebbe essere emesso nei confronti di Grasso, che si è rifiutato di versare l’obolo ingaggiando una lunga querelle col partito. Il 3 dicembre scorso, quando Grasso fondava Leu insieme a un gruppo di eletti, il tesoriere dem Francesco Bonifazi passava al contrattacco pretendendo il versamento degli arretrati. Grasso rispondeva con una lettera aperta nella quale sosteneva di non aver mai ricevuto richieste sulle quote da versare. E non era l’unica argomentazione: “Non mi sembra opportuno che il presidente del Senato sostenga con soldi pubblici l’attività di un partito, così come per prassi centenaria non è chiamato a dare col voto alcun contributo politico”. Accusava semmai i vertici del Pd di aver messo in atto un “colorito quanto basso espediente da campagna elettorale”, tanto più che la data scelta per la rivendicazione è stata proprio “il giorno nel quale pubblicamente ho aderito a Liberi e Uguali”.

Ma la campagna elettorale doveva cominciare anche per Leu. E infatti si scopre ora che mentre Grasso rispediva al mittente le richieste di pagamento senza alcuna pubblicità versava ben 30mila euro al nuovo partito che lo candidava premier. La cifra si può leggere nell’elenco delle erogazioni liberali depositato alla Camera. A onor del vero l’ex presidente di Palazzo Madama è in compagnia. Sono infatti diversi i parlamentari transitati dal Pd in Mdp e poi Leu che avendo un debito col vecchio partito hanno “investito” sul nuovo: 11mila euro li ha messi ad esempio l’ex senatore Davide Zoggia che ne doveva 12mila al Nazareno, Elisa Simoni ne deve al Pd 50mila e ne ha dati 6mila a Leu, Nico Stumpo ne deve 6mila ma ha dato il triplo al partito nato dalla costola del vecchio. E poi Roberto Speranza, corrente di minoranza in rotta, ha rotto col Pd lasciandosi dietro un debito di 7mila euro e mezzo, ma ha versato il doppio nelle casse di Leu. Infine Eleonora Cimbro deve 9mila euro al Pd, ma senza saldare il debito ne versa 14mila a Liberi e uguali.

La scoperta non piacerà soprattutto ai dipendenti del Pd: sono 174 in cassa integrazione e il partito ha annunciato di voler usare per loro, in forma di incentivo all’esodo, le somme eventualmente recuperate dagli onorevoli-debitori che ammonterebbero ad almeno 1,6 milioni, stando ai decreti ingiuntivi richiesti, circa 500mila euro dei quali riferibili a Leu-Mdp secondo Bonifazi. Trasecola alla notizia di tanti versamenti effettuati dai “cattivi pagatori” a favore di altri partiti il tesoriere Pd: “Che davvero? Questo conferma quello che ho sempre creduto: non è un problema di mancanza di denari ma di volontà di pagare, ma gli impegni vanno onorati prima di prenderne altri. Così è nella vita, così è nella politica”.