Aveva 85 anni Luciana Alpi. Gli ultimi ventiquattro li ha trascorsi cercando la verità sulla morte della figlia Ilaria, la giornalista del Tg3 uccisa a Mogadiscio il 20 marzo 1994 insieme  al collega Miran Hrovatin. Anni di rabbia, delusione ed amarezza per una giustizia lenta, una verità ancora così inconcepibilmente lontana come lei stessa aveva ribadito in una lettera dello scorso anno all’Ansa.

Un uomo condannato, Hashi Omar Hassan, rimasto per sedici anni in carcere da innocente perché un testimone lo ha accusato ingiustamente in cambio di soldi. E né lei, né il marito Giorgio, anche lui scomparso, hanno mai creduto alla colpevolezza del somalo incarcerato.

Due Paesi, Italia e Somalia, ripeteva Luciana, che hanno ignorato, coperto, occultato, depistato, in questo quasi quarto di secolo. Per non svelare le responsabilità sul traffico internazionale di armi e di rifiuti tossici.

Pochi giorni fa l’ennesima udienza al Tribunale di Roma per decidere sull’archiviazione del caso Alpi-Hrovatin. Le nuove intercettazioni recentemente trasmesse alla Procura di Roma (un dialogo del 2012 in cui due cittadini somali residenti in Italia parlando del caso Alpi dicendo «l’hanno uccisa gli italiani») sono state giudicate irrilevanti. E per questo, nonostante le pressanti richieste dei legali della famiglia affinché l’inchiesta prosegua, il rischio è l’archiviazione.

“La verità non la vogliono” affermava Luciana Alpi lo scorso anno in un’intervista ad Articolo21. “Fanno passare gli anni sperando che quando verrà la mia ora non ci sarà più nessuno che continuerà a insistere per chiedere verità e giustizia”. Ed è proprio questo che è necessario evitare: che con la scomparsa della madre si spenga anche la ricerca della verità.

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