LAZZARO FELICE di Alice Rohrwacher, con Adriano Tardiolo, Alba Rohrwacher, Tommaso Ragno. Italia/Francia/Svizzera 2018. Durata: 130’. Voto 4,5/5 (AMP)

Si chiama L’inviolata e sorge in un’arida valle del centro Italia. Qui una villa patronale e un semplice casolare si affiancano in una cornice bucolica: nella prima vive la marchesa Alfonsina della Luna, nell’altra famiglie allargate di poveri contadini, ancora ridotti alla mezzadria. Già, perché gli sciagurati non sanno che il sistema feudale è ormai fuori legge, la perfida padrona gliel’ha finora taciuto. Tra loro si nasconde Lazzaro, un giovane serafico, immune dal male, e per questo felice. Titolo emblematico e premio alla sceneggiatura a Cannes, il terzo lungometraggio di Alice Rohrwacher segue i territori creativi de Le meraviglie e li espande in profondità e ampiezza trasformando la sua nuova fiaba nella parabola immaginifica estrema di un universo “altro”, frutto di un talento creativo “folle”, tra i più magnificamente incorrotti del panorama cinematografico contemporaneo, e non solo italiano. Film di aperture, anche imperfetto, dichiaratamente “bislacco” nella sua libertà, Lazzaro felice  traduce con originalità un DNA composto da sguardi olmiani e pasoliniani: coi primi si apre nel ventre di una campagna remota, coi secondi si chiude affondando nelle rovine periferiche di una città. Ma non solo, perché questo lungo racconto che profuma di eterno è tante cose, sintomo di un’abbondanza di idee che trova centratura in un individuo “candido” il cui punto di vista imperturbabilmente buono fa da spartiacque fra i due tempi (anche cronologici) del film. Il Lazzaro di Alice è un piccolo grande santo estratto da un francescanesimo primordiale, e il suo candore fa da contraltare sapiente e dolente a un’umanità che non coglie quella rara e cristallina occasione a scegliere il bene. Non si sbaglia di molto interpretando Lazzaro felice quale una possibile sintesi della profonda tragedia dell’uomo moderno.