Nel bailamme internettiano imperversano, in queste ore, le legittime opinioni dei cittadini – qualificati e non,  ma (con buona pace di Jason Brennan) non siamo ancora in una epistocraziaa proposito della scelta di far naufragare il governo Conte. Intanto dunque occorre sgomberare il campo dal tema della “colpa”: la vicenda del “governo” rientra in uno scontro istituzionale acceso ma che non prefigura l’apocalisse, né a mio avviso dà sostanza alla prospettiva di un impeachment; ma procediamo con ordine.

Quelli della mia generazione, che hanno studiato diritto costituzionale mentre venivano approvate le riforme e i referendum in tema elettorale con l’introduzione del sistema maggioritario – il cosiddetto Mattarellum, per l’appunto – hanno compulsato numerosi testi nei quali l’interpretazione dell’art. 92 della Costituzione era piuttosto chiaro: non spetta al presidente della Repubblica un vaglio sui programmi politici, così come non spetta al presidente della Repubblica porre veti sui ministri proposti dal presidente del Consiglio incaricato.

Proviamo a invocare l’auctoritas dei maggiori. Scrivono Paolo Caretti e Ugo De Siervo che “la disciplina costituzionale appare esplicita nell’escludere un potere del presidente della Repubblica nella scelta dei ministri”, mentre Paolo Barile, Enzo Cheli e Stefano Grassi commentano “È difficile configurare un potere di veto del presidente della Repubblica in relazione al programma ministeriale ed alle persone che formeranno il nuovo governo”. Certo, vi sono state delle eccezioni a tali “vincoli”, con presidenti della Repubblica che sono intervenuti – prima e dopo la stesura di queste tesi – per modificare la composizione di qualche governo nascente. Scontri e forzature che tuttavia non modificavano l’assetto sopra descritto.

Come dicevo, negli anni Novanta (e dopo) si studiavano queste cose. E si studiavano vieppiù perché la riforma elettorale aveva dato un nuovo assetto, per convenzione costituzionale, che quel ruolo del presidente lo restringeva ulteriormente. Scriveva difatti Gustavo Zagrebelsky che “si può ricordare in proposito il ruolo delle convenzioni costituzionali nella fase della formazione dei governi, che ha notevolmente ridotto il ruolo autonomo del presidente della Repubblica” e Temistocle Martines sosteneva che “il passaggio dalla legge elettorale proporzionale a quella maggioritaria e, da ultimo, il ritorno a un sistema proporzionale ma con premio di maggioranza, hanno introdotto de facto un vincolo per il presidente della Repubblica, nel senso che la nomina del presidente del consiglio dovrebbe cadere naturalmente sul leader dello schieramento politico-elettorale risultato vincitore delle elezioni”.

Ancora, vincoli per il presidente. Ma allora cosa è cambiato? E perché alcuni estensori di quelle righe sostengono oggi che Mattarella non abbia svolto in modo esorbitante il proprio compito? Il passaggio consiste nelle vicende della caduta di Silvio Berlusconi e nella nomina di Mario Monti. È lì, con la presidenza di Giorgio Napolitano, che si cristallizza un potere del presidente che fino ad allora era stato eccezionale. Un potere, che aveva ricevuto l’investitura parlamentare addirittura con una irrituale rielezione, concepito come una sorta di “motore di riserva”.

In sostanza, se la riforma elettorale maggioritaria – pur in costanza dei vincoli al presidente della Repubblica – li aveva accentuati mettendolo davanti al fatto compiuto che chi vince le elezioni deve ricevere l’incarico, gli ultimi 20 anni sono stati caratterizzati dal testardo tentativo di sospendere quell’esito referendario e di tornare – si è detto da ultimo per il nuovo assetto tripolare della politica italiana – a un sistema proporzionale. Sistema proporzionale abnorme, peraltro, più volte cassato dalla Corte costituzionale perché viziato.

Ecco, l’accensione di quel motore di riserva rappresenta il compimento di quel tentativo di sospensione, con un ruolo decisivo e inedito del presidente della Repubblica, e segna il passaggio dalla Seconda alla Terza Repubblica, attuato attraverso il pretesto fornito dallo spread. Con un sistema elettorale viziato ma sostanzialmente proporzionale, in cui le maggioranze si creano in parlamento. Ed è per questo che sono pienamente legittime le opinioni di autorevoli studiosi che oggi dicono che l’esercizio dei poteri presidenziali di Mattarella non è stato esorbitante. Ma occorrerebbe il coraggio di dire che ciò è stato possibile solo perché la presidenza interpreta il proprio ruolo così come si è delineato con l’ingresso nella Terza repubblica.

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