La crisi più lunga si trasforma nell’ora più buia. Non della Repubblica, di sicuro delle sue istituzioni. Il crollo non è più quello dei partiti, non è più quello del sistema politico, ma quasi dell’ossatura dello Stato. Dopo 84 giorni di trattative e strategie, la Terza Repubblica si ripiega su se stessa. In un’ora tutto si sgonfia: il contratto, la strana maggioranza, il governo del cambiamento. I temi e non le persone, era stato detto, eppure è proprio su una persona – una sola – che tutto cade, all’ultimo metro: Paolo Savona, l’economista col piano B per uscire dall’euro, che Lega e M5s hanno indicato come unico possibile ministro dell’Economia e che per il Quirinale è stato l’unico motivo per non far partire il governo politico che pure aveva favorito e atteso per quasi 3 mesi. L’indicazione della Lega, alla quale ha aderito il M5s, col passare dei giorni è diventata pressione e infine impuntatura. Così è toccato a Sergio Mattarella farsi carico di tutto il peso delle macerie di questo tracollo, rifiutandosi di firmare il decreto di una nomina che, secondo lui, avrebbe ferito la Costituzione, essiccato il ruolo di garanzia della presidenza della Repubblica e messo in pericolo i risparmi degli italiani. Mattarella ha dovuto scegliere quale strada secondo lui fosse meno pericolosa per i concittadini di cui più volte si è dichiarato difensore civico. E così ha accettato di fare un primo passo verso un gorgo che si fa già nero nero e forse non immaginava quanto: Di Maio evoca le possibili “reazioni della popolazione“, Di Battista arringa la piazza con la messa in stato d’accusa, Salvini che vuole subito la data delle elezioni “oppure andiamo a Roma”, la Meloni che denuncia che il capo dello Stato “è troppo influenzato” da altri Paesi.

Savona, l’emblema dello scontro finale tra Quirinale e partiti anti-sistema
L’ora più buia – poco prima di cena – si consuma tutta al Quirinale, la casa della Repubblica, eppure è fatta di gesti irrituali, parole inaudite, procedure ribaltate. Incontri informali, minacce di impeachment appena fuori da Palazzo del Quirinale,  “diktat” dei partiti al presidente. Lo stesso presidente è costretto ad agire come figura politica, in senso tecnico: convoca Conte per formalizzare la rinuncia al mandato di presidente del Consiglio (perché senza Savona non avrebbe avuto una maggioranza), ma solo dopo aver incontrato uno dopo l’altro Di Maio e Salvini, a sottolineare il peso effimero del presidente incaricato. In sostanza si sostituisce al professore, schiacciato tra le regole del Quirinale e le pretese dei partiti. In quei due incontri in extremis con Di Maio e Salvini Mattarella tenta di nuovo di smuovere i partiti da quella che sembra quasi una bizza: “Ho chiesto per quel ministero – ha raccontato nel suo discorso per certi versi drammatico – l’indicazione di un autorevole esponente di quella maggioranza, coerente con l’accordo di programma, un esponente che al di là della stima e della considerazione della persona non sia visto come sostenitore di una linea più volte manifestata che potrebbe portare probabilmente o inevitabilmente alla fuoriuscita dell’Italia dall’euro, cosa ben diversa da una atteggiamento vigoroso nell’Unione europea per cambiarla in meglio dal punto di vista italiano”. Un ministro politico,  insomma, uno di peso, un leghista da battaglia. Magari Giorgetti, che è il vicesegretario della Lega, secondo solo a Salvini. Ma non Savona. Perché per quel ministero “la designazione del ministro dell’Economia costituisce sempre un messaggio immediato di fiducia o di allarme”. Non è in discussione la stima per la persona, ma cosa rappresenta. Nella realtà, arrivati a quel punto, il presidente aveva già capito che Savona ormai non era solo lo spettro dei mercati e dello spread, ma anche lo stemma stampigliato sulla bandiera da brandire in piazza.

Il discorso di Mattarella disegnato con tre articoli della Costituzione
La decisione di non firmare quella nomina e buttare via la fatica di sette giri di consultazioni e sette settimane di trattative lentissime, di fronte al possibile sbalordimento dei cittadini, per Mattarella ha avuto una sola prospettiva: salvare la Costituzione, a costo di  prendersi in faccia quello che ora i capi-partito vanno ad urlare nei loro comizi e nelle dirette facebook. Per la prima volta senza sorrisi, concluso senza salutare, quasi in modo brusco, il discorso di Mattarella è stato modellato tutto con la Carta in mano. In questo tunnel il presidente ha deciso di avviarsi da solo ma armato della torcia della legge fondamentale dello Stato, che lui ha insegnato all’università, sulla quale ha giurato da ministro e che ha fatto rispettare da giudice della Consulta. Il cuore della spiegazione della sua decisione è racchiuso tra l’altro dagli articoli 47, 87 (e 11) e 92.

La tutela del risparmio
Parlando alle telecamere tenta di essere quasi didattico, per far capire a chi è disposto. “L’impennata dello spread – spiega – giorno dopo giorno, aumenta il nostro debito pubblico e riduce le possibilità dello Stato per nuovi interventi sociali. Le perdite della Borsa, giorno dopo giorno, bruciano risorse e risparmi delle nostre aziende e di chi vi ha investito, e configurano rischi concreti per i risparmi dei nostri cittadini e della famiglie italiane. Occorre fare attenzione anche al pericolo di forti aumenti degli interessi dei mutui e per i finanziamenti alle aziende. In tanti ricordiamo quando prima dell’Unione monetaria europea, i tassi sui mutui sfioravano il 20 per cento. E’ mio dovere nello svolgere il compito di nomina dei ministri che mi affida la Costituzione, essere attento alla tutela dei risparmi degli italiani”. E’, con parole diverse, l’articolo 47 della Costituzione: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”.

Il rispetto dei trattati internazionali
Confessa di non parlare “a cuor leggero”, ma di farlo anteponendo “a tutto la difesa della Costituzione e dell’interesse della Comunità nazionale: quella dell’adesione all’euro è una scelta di importanza fondamentale per le prospettive del nostro Paese e dei nostri giovani. Se si vuole discuterne lo si deve fare apertamente e con un serio approfondimento anche perché è un tema che non è stato in primo piano nella recente campagna elettorale”. Qui Mattarella ha voluto far valere gli articoli 87 che affida al capo dello Stato il ruolo di ratifica dei trattati e 117, che affida il potere legislativo allo Stato e alle Regioni “nel rispetto della Costituzione, nonchè dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”. La Corte costituzionale da tempo ha poi fatto ricadere sull’articolo 11 la “limitazione di sovranità” conseguenza dei trattati comunitari.

Le prerogative del capo dello Stato
Infine è pronto a sacrificare la sua immagine personale – finora intoccabile anche per i vertici grillini e leghisti – pur di tutelare il suo ruolo di garanzia, non creare precedenti: se avesse ceduto ai due partiti, il compito del capo dello Stato avrebbe rischiato di trasformarsi per sempre in quello di passacarte, ricettore passivo di ordini magari in contrasto con la Costituzione di cui il presidente è tutore. “Avevo fatto presente ai rappresentati dei due partiti e al presidente incaricato – ha aggiunto Mattarella – senza riceverne obiezioni, che su alcuni ministeri avrei esercitato una attenzione particolarmente alta sulle scelte da compiere”. Anche perché, aggiunge, la firma sui decreti di nomina “come dispone la Costituzione” significa “assumerne la responsabilità istituzionale”. “In questo caso – dice – il presidente della Repubblica svolge un ruolo di garanzia che non ha mai subito né può subire limitazioni”. E questo, messo in altra forma, è l’articolo 92, quello sulla nomina dei ministri che in tanti in questi giorni hanno mandato a memoria, commentato, interpretato.

Il fallimento di un sistema a pezzi
Mattarella sa che questo passaggio così stretto che ha deciso di attraversare è una sconfitta anche per lui, che ha voluto un governo politico e non ha potuto fare altro che fidarsi. Proprio per rispettare il “voto popolare” ha aspettato per 3 mesi che i partiti avessero il coraggio di contaminarsi un po’, ha annunciato un governo tecnico e lo ha fermato per far tentare di nuovo M5s e Lega, ha dato altre settimane per scrivere l’accordo di programma e farlo votare ai militanti, ha anche accettato che il capo di un governo “così politico” fosse un professore di diritto privato senza una sola esperienza amministrativa. Un avvitamento al termine del quale il presidente si è ritrovato isolato, trascinato in una lotta greco-romana in cui era chiamato a risolvere un nodo avviluppato da altri, a partire dalla legge elettorale che ha paralizzato un sistema già messo parecchio male. “Nessuno – chiarisce Mattarella – può affermare che io abbia ostacolato la formazione del governo che viene chiamato del cambiamento. Al contrario ho accompagnato questo tentativo, come del resto mio dovere in presenza di una maggioranza parlamentare nel rispetto delle regole della Costituzione”.

E’ stato il tentativo, non riuscito, di oltrepassare, supplire al quadro disintegrato consegnato dalle elezioni politiche. Ma è stata una fatica resa vana dagli stessi partiti: dalla rinuncia della seconda forza elettorale (il Pd) quasi ad esistere a un partito (Forza Italia) che ha mantenuto un leader incandidabile e quindi non riconosciuto come interlocutore dal M5s fino alla linea Maginot dei due partiti “vincitori” su un solo nome, con il M5s – di gran lunga primo partito – che niente ha fatto per far cambiare idea all’alleato minore. Così al termine dell’ora più buia le lancette tornano indietro, alla velocità massima: un presidente del Consiglio che sa tenere i conti in ordine ma non è chiamato a nessuna visione sul futuro, una maggioranza raccogliticcia di cosiddetti “responsabili” da cercare in Parlamento e che forse non esiste nemmeno, le opposizioni che possono tornare a fare le opposizioni e che – per questo – vedranno rigonfiare le proprie urne alle elezioni anticipate. L’unico cambiamento è che probabilmente solo una di queste – condotta con una spregiudicatezza turbo – si ritroverà di nuovo a trattare faccia a faccia con Mattarella. E chissà se allora il grido sarà ancora, davvero, Savona o morte.

Aggiornato alle 11.41 del 28 maggio 2018

Per un errore di consultazione in una prima versione veniva citato un articolo della Costituzione errato nella parte sui trattati internazionali.