I pubblici ministeri Marco Mescolini e Beatrice Ronchi chiedono la condanna di 148 su 149 imputati del rito ordinario di Aemilia, il più grande processo alla ‘ndrangheta mai celebrato in Italia. Oltre 1700 anni di galera tra i due tronconi, ordinario e abbreviato, in cui si è spezzato il procedimento reggiano. Anni che si sommano a quelli già sentenziati in appello nel rito abbreviato di Bologna, portando a due millenni la richiesta complessiva a carico dei 240 imputati per le infiltrazioni della cosca Grande Aracri in Emilia Romagna.

Per Michele Bolognino, l’unico presunto capo che non aveva scelto il giudizio abbreviato a Bologna, la pubblica accusa ha chiesto in totale 48 anni di carcere: 18 nel rito abbreviato a 30 nel rito ordinario. Quarantadue anni la pena chiesta per Gaetano Blasco (26 e 16), 19 per Giuseppe Iaquinta e 6 per suo figlio Vincenzo, l’ex campione del mondo della nazionale di calcio.

Tutti colpevoli per i pm gli imprenditori cutresi trapiantati a Reggio Emilia: 18 anni e sei mesi la pena che secondo l’accusa dovrebbe scontare Pasquale Brescia, 16 anni quella di Alfonso Paolini, 30 anni e 6 mesi a testa per i fratelli Giuseppe e Palmo Vertinelli. E tutti colpevoli anche gli imprenditori emiliani che alla cosca Grande Aracri si sono rivolti per i suoi servizi illeciti ritenuti i migliori del mercato: dalla falsa fatturazione al recupero crediti, dal caporalato all’accesso al credito.

Per la famiglia di Augusto Bianchini (marito, moglie e tre figli) sono stati chiesti complessivamente 55 anni e 4 mesi: è accusata di aver sfruttato il terremoto del 2012 per fare man bassa con la propria srl di appalti nel modenese, appoggiandosi per il lavoro alle imprese mafiose. Dodici anni la pena chiesta per Mirco Salsi, ex vicepresidente della Cna provinciale e titolare di una nota impresa del settore alimentare, la Reggiana Gourmet. Le intercettazioni lo inchiodano a rapporti stabili con uomini della cosca, tramite il giornalista reggiano Marco Gibertini, nel tentativo di recuperare valanghe di soldi.

Per i due collaboratori di giustizia che si sono pentiti a processo in corso, Salvatore Muto e Antonio Valerio, le richieste sono state rispettivamente di 8 anni e 25 anni (tra abbreviato e ordinario). Tre giorni è durata la requisitoria dei due pm che da tre anni guidano l’attività processuale della direzione distrettuale antimafia di Bologna. Tre giorni in cui più volte oltre agli uomini della cosca è stata messa sotto accusa la cultura della connivenza e dell’illegalità che diventa prassi, sulla quale la ‘ndrangheta ha avuto buon gioco ad inserirsi in Emilia Romagna. La famiglia Bianchini, è l’esempio scelto da Mescolini come paradigma e sintesi finale del suo ragionamento, avrebbe cercato di nascondere i suoi legami consolidati con uomini della potente consorteria crotonese riducendo le proprie azioni illecite alla ormai consolidata e diffusa pratica della falsa fatturazione. Come se un reato commesso da tanti non fosse un reato.

“Vorrà dire” ha commentato Mescolini durante la requisitoria “che dovremo fare ancora tanti altri processi”. E ha aggiunto rivolgendosi ai giudici con un atto chiarissimo di accusa rivolto al mondo imprenditoriale locale: “Voi non troverete mai nelle carte del processo una sola minaccia di uomini della ‘ndrangheta ad imprenditori emiliani. Non ce n’è stato bisogno, perché le imprese qui sanno benissimo che la falsa fatturazione della ‘ndrangheta è la più affidabile e ad essa si rivolgono per trarne vantaggio”.

È stata poi fatta sentire in aula la registrazione di una conversazione tra l’ex senatore modenese Carlo Giovanardi e i coniugi Bianchini, nella quale tutti si preoccupavano di come aggirare le interdittive antimafia alla Bianchini srl e di come nascondere i legami dell’impresa di costruzioni con il capo cosca Michele Bolognino. Perché anche la politica ha le sue colpe dettate dalla convenienza, mentre tra i meriti il procuratore cita solo il coraggioso appello lanciato nel 2011 dal capogruppo consigliare dei 5 Stelle in comune a Reggio, Matteo Olivieri, poi ripreso un anno dopo dalla presidente della Provincia Sonia Masini del Pd: “Cutresi ribellatevi”. Due voci fuori dal coro di chi al contrario accusava gli inquirenti di discriminazione verso l’imprenditoria di origine calabrese.

Molto dettagliata nella requisitoria la ricostruzione del Pm Beatrice Ronchi sui fatti e gli elementi processuali relativi a due dei più noti imputati, Giuseppe Iaquinta e il figlio Vincenzo, ex calciatore della Juventus e della nazionale. La procura antimafia ritiene Giuseppe un membro importante della ‘ndrangheta emiliana, che aveva a propria disposizione le armi formalmente concesse al figlio da compiacenti funzionari della questura reggiana. Giuseppe Iaquinta partecipava a Reggio Emilia come a Cutro alle riunioni decisive della cosca, anche nella tavernetta di Nicolino Grande Aracri, e aveva ideato una falsa autodenuncia, definita dalla Ronchi la “mossa diabolica”, per tentare di rispondere all’interdittiva ricevuta dal prefetto Antonella De Miro nel 2013. Ma “difendersi non può consentire di accusare terzi” dice il pm, che chiude di conseguenza con una contestazione inaspettata nell’aula del processo Aemilia: nuova accusa nei confronti di Iaquinta padre per calunnia aggravata dal metodo mafioso ai danni dell’ex prefetto di Reggio (oggi prefetto a Palermo) de Miro e trasferimento degli atti alla Direzione Antimafia. Le sventure giudiziarie di Giuseppe Iaquinta non finiscono con i 19 anni di reclusione chiesti da Mescolini.