di Marco Gigante

L’onorevole Maurizio Martina ha dichiarato nel corso della Direzione nazionale del Partito Democratico che è da ritenersi esclusa la possibilità di un accordo con il Movimento 5 stelle o, in generale, con qualsiasi altra forza politica italiana. La notizia di per sé non stupisce più di tanto, e anzi si può dire che per ragioni opposte ci dà conferma della linea ambigua e disorientata di un partito che è in grado di contenere al suo interno il decisionismo del suo ex-leader con l’incertezza dei suoi membri.

Le reazioni sono state diverse. Per chi si aspettava che la partita di governo non si fosse mai giocata si è trattata della solita sceneggiata del Pd e dunque di un ennesimo modo per esibire all’opinione pubblica che il partito dispone di una propria posizione: quella di Renzi; per altri invece, forse più a corti di memoria, la notizia si è rivelata sorprendente se non addirittura inattesa. Le affermazioni di Martina di questi ultimi giorni infatti sembravano aprire a una reale discussione sulle intenzioni del partito. Lo stesso incontro con Fico e il presidente Mattarella prometteva un accordo concreto per la formazione di un governo, magari solo di scopo.

Ci si aspettava che all’interno della Direzione si fosse discusso dell’eventualità di trovare un’intesa con Di Maio o con i rappresentati di forze politiche alternative, come ad esempio la Lega o Leu; o che si sarebbero affrontati alcuni dei punti proposti dal leader del Movimento 5 stelle. Ma il Partito Democratico ha ribadito che una posizione diversa da quella del suo ex segretario Renzi non è sostenibile e nuovamente ha indotto il suo attuale reggente a formulare parole contrarie a quelle pronunciate nei giorni passati a proposito di un possibile accordo di governo.

Del resto, che non vi fosse proprio un clima sereno alla Direzione nazionale lo si era intuito dall’accoglienza che alcuni suoi esponenti hanno ricevuto al Nazareno. Lo sa bene Gianni Cuperlo che proprio prima di entrare nella sede storica romana si è visto aggredito dalle parole di un militante il quale, con modi non proprio “moderati”, ha espresso in forma esplicita che il criterio per restare fuori o dentro il Pd è la convergenza politica con i dettati del suo “ex” segretario Renzi. Ma come se non bastasse – e qui sta tutto il capolavoro del buon senso smarrito della “sinistra” italiana – al termine della Direzione, il governatore della regione Puglia, Michele Emiliano, ha ribadito che i requisiti della reggenza di Martina (la chiusura a Grillo e Di Maio) sono gli stessi che autorizzano lo stesso attuale segretario a tenere in vita l’ipotesi di un accordo di governo con altre forze politiche; che in altri termini, a rientrare nella reggenza di Martina, a cui è imposto il diktat di non avviare alcun dialogo con i vincitori delle ultime elezioni, vi è proprio la possibilità di continuare a negoziare con il Movimento 5 stelle o la Lega.

Ora, esiste forse un capolavoro di incoerenza più lampante di questa? Esiste un modo per rendere ancora più feroci e disperati quei sempre più pochi elettori del Partito Democratico che facendo buon viso a cattivo gioco ancora tollerano di essere tacciati di stupidità in luogo di venire definiti, come a torto pretendono, “saggi” e “prudenti”? Quello che viene da pensare in circostanze come queste è che, al netto della sdegno che la malafede e l’ipocrisia che i componenti del Partito Democratico ancora suscitano, la smania di celare la dipendenza di un partito dai capricci del suo leader finisce col dare ragione proprio al suddetto leader inducendo a rivalutare il senso di quella politica autodistruttiva che, da anni, il rottamatore di Rignano perpetua senza tregua nei confronti del suo partito e dei suoi sempre meno lucidi elettori.

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