Arriva la bella stagione e spuntano anche i divieti dei presidi: l’ultimo è quello dell’istituto comprensivo “Leonardo da Vinci” di Milano dove nei giorni scorsi la dirigente Concetta Pragliola ha inviato una circolare alle famiglie ricordando che le alunne e gli alunni devono evitare di andare in classe con pantaloncini, canottiere, bermuda e ogni altro capo di abbigliamento inadeguato al contesto scolastico.

Un provvedimento che ha destato qualche polemica ma che trova il plauso della sociologa Chiara Saraceno convinta che la percezione della formalità sia cambiata tra i ragazzi: “Fino a dieci anni fa nessuno si sognava di andare a scuola o all’università con le infradito. La differenza tra la spiaggia o la scuola dovrebbe essere mantenuta. Non è un problema di quanta pelle si mostra ma che ci si presenti in modo diverso a seconda del luogo che si frequenta. Senza esagerare nel formalismo è necessario che come si imparano i ritmi del tempo è utile imparare la diversità dei luoghi: l’aula non è la discoteca”.

D’altro canto non è la prima volta che un capo d’istituto prende carta e penna per richiamare l’attenzione degli alunni e delle famiglie all’abbigliamento. All’istituto alberghiero “Vespucci” di Milano nel 2012 l’allora preside mise nero su bianco il divieto di indossare “mini e micro gonne”. Nel 2015 il dirigente scolastico dell’istituto professionale alberghiero–tecnico agrario Datini di Prato, Daniele Santagati, aveva emanato una circolare per invitare i 1400 alunni a vestirsi in maniera rispettosa dell’istituzione scolastica: vietati i pantaloncini corti (ammessi solo i pinocchietti)” e le canottiere” mentre alle alunne si chiedeva di non indossare canottiere e/o magliette eccessivamente scollate e di evitare di indossare minigonne.

A Rimini la preside Sabina Fortunati e il consiglio di istituto del “Belluzzi – da Vinci” hanno condotto una battaglia contro i pantaloni corti, i jeans con i buchi, le magliette stracciate, le canotte, i cappellini, le berrette, le ciabatte e le infradito: dopo tre infrazioni nota o richiamo scritto per chi infrange le regole. A Quartu, in provincia di Cagliari, il preside di un liceo artistico ha vietato ai ragazzi piercing e creste definendo questi atteggiamenti troppo estroversi.

Nel 2014 fece discutere anche la decisione della preside suora della paritaria dei “Sacri Cuori” di Barletta che impedì ad una ragazza che aveva tinto i capelli di blu di entrare in classe. Anche in quel caso il regolamento della scuola citava “Ogni studente è tenuto con la collaborazione e la supervisione della famiglia a indossare un abbigliamento consono all’ambiente educativo”.

Nota ormai a tutti gli allievi del liceo “Righi” di Roma la circolare 323 firmata dalla preside Monica Galloni. Nel provvedimento la dirigente scriveva: “A beneficio di tutti si ricorda che l’importanza del dress code non è avvertita come esigenza pressante solo al momento di entrare in discoteche, pub, club, feste private o affini ma anche – anzi, soprattutto – al momento di frequentare quel diverso (ed assai più importante) tipo di locali, anche noti come locali scolastici”.

Una premessa che seguiva ad una serie di esempi molto espliciti: “A titolo meramente esemplificativo: a scuola le infradito non sono eleganti. In spiaggia, magari, sì. A scuola una minigonna non è elegante. In discoteca, magari, sì. A scuola, un pantalone corto (con eventuali peli sulle gambe, di varia lunghezza, annessi) non è elegante. E non lo è da nessun’altra parte. A scuola, far vedere le ascelle non è elegante. Dal dottore, magari, sì. A scuola, mostrare le proprie mutande mentre si cammina per i corridoi non è elegante. Se si dovesse diventare testimonial di qualcuno, magari, sì”.