C’è la nuova indagine sulle stragi del 1993 , quella riaperta dalla procura di Firenze per indagare su Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. E l’ultima intervista di Paolo Borsellino, che due giorni prima della strage di Capaci parlava dei rapporti tra il leader di Forza Italia, il suo storico braccio destro e Vittorio Mangano. Ci sono le intercettazioni in carcere del boss Giuseppe Graviano, registrato mentre parla di una cortesia” da fare con “urgenza” a qualcuno che “voleva scendere già nel 1992” ma “era disturbato” perché “lo volevano indagare. E poi c’è una sentenza che, tra le altre cose, condanna boss e uomini dello Stato a risarcire l’associazione dei familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili. Perché tre alti ufficiali dei carabinieri, seppur condannati per la Trattativa, dovrebbero pagare i danni ai parenti di cinque persone uccise da Cosa nostra?

Un punto di partenza – Saranno i giudici della corte d’Assise di Palermo a spiegarlo. Autori di una decisione storica ma che non è né una sentenza definitiva e neanche un punto d’arrivo: tutt’altro. Perché le sette condanne emesse alla fine del processo sul patto tra pezzi delle Istituzioni e la mafia sono soltanto una tessera di un puzzle molto più complesso. E ancora tutto da costruire. D’altra parte è proprio questo il senso del commento del pm Nino Di Matteo: “La sentenza – ha detto il magistrato – rappresenta un accertamento giudiziario che può anche essere un punto di partenza per ulteriori indagini sulle stragi che probabilmente non furono opera solo di uomini di Cosa nostra“.

I mandanti al volto coperto – Dopo le condanne emesse dalla corte palermitana tornano quindi d’attualità le piste investigative sulle entità esterne alla mafia che giocarono un ruolo nel biennio al tritolo capace di cambiare per sempre la storia d’Italia. Sono i cosiddetti mandanti a volto coperto, evocati da diversi pentiti ma mai individuati da alcuna indagine. Per questo motivo la procura di Firenze ha di recente iscritto nel registro degli indagati i nomi di Dell’Utri e Berlusconi, accusati di nuovo di concorso nelle stragi del 1993 dopo le archiviazioni del 2011. Valutano di tornare a indagare a loro volta anche i pm di Caltanissetta, che invece sono competenti per le gli eccidi di Capaci e via d’Amelio nel 1992.

Le condanne – Tutti fatti citati dall’indagine sulla Trattativa, ma che non riguardano le imputazioni del processo che si è appena concluso in primo grado. Se l’inchiesta ripercorre un periodo storico che va dal 1989 e il 1996, infatti, la sentenza dei giudici presieduti da Alfredo Montalto è circoscritta al 1993 e al 1994. Per l’anno che sancì la fine della Prima Repubblica sono stati condannati i boss Leoluca Bagarella, Antonino Cinà e i carabinieri Mario Mori, Giuseppe De Donno e Antonio Subranni. Per quello che vide la nascita della Seconda, invece, è stato riconosciuto colpevole il fondatore di Forza Italia. Sono tutti accusati di violenza o minaccia a un corpo politico dello Stato: sarebbero diventati, cioè, gli intermediari del ricatto di Cosa nostra nei confronti del governo. Anzi dei governi: quelli di Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi nel caso degli ex vertici del Ros, quello di Silvio Berlusconi per Dell’Utri. Sono quei tre esecutivi le parti lese del processo: per questo motivo i boss, i militari e il fondatore di Forza Italia dovranno risarcire la presidenza del consiglio dei ministri con dieci milioni di euro.

“Carabinieri risarciscono parenti delle vittime” – Ma nel dispositivo della sentenza c’è scritto anche altro. C’è scritto, per esempio, che Bagarella, Cinà, Mori, De Donno e Subranni sono condannati “in solido tra loro al risarcimento dei danni, da liquidarsi davanti al competente giudice civile, in favore della parte civile Associazione tra familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili“. Proprio la sentenza della corte d’Assise di Firenze sul botto del 27 maggio 1993 parla di una trattativa che “indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des. L’iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia”. Adesso saranno i giudici siciliani che dovranno motivare perché quei rappresentanti delle Istituzioni devono risarcire i parenti dei vittime uccise da un’autobomba di Cosa nostra. Vuol dire per caso che l’interlocuzione aperta dai militari con la Cupola convinse i boss mafiosi a continuare la strategia delle bombe? Sarà la corte d’Assise a doverlo spiegarlo nelle motivazioni.

Un pentito di Stato – “I carabinieri che hanno trattato sono stati incoraggiati da qualcuno. Noi non riteniamo che il livello politico non fosse a conoscenza di quel che accadeva. Ci vorrebbe un pentito di Stato, uno delle istituzioni che faccia chiarezza e disegni in modo ancora più completo cosa avvenne negli anni delle stragi”, è un’altra riflessione di Di Matteo. Per il sostituto procuratore (ora in servizio alla Direzione nazionale antimafia) e i suoi colleghi della pubblica accusa i contatti tra i militari e don Vito Ciancimino nel giugno del 1992 hanno ingenerato in Riina la convinzione che la strada delle bombe fosse quella da seguire. È per questo motivo che il 19 luglio del 1992, a soli 56 giorni dall’assassinio di Giovanni Falcone, la mafia decide di eliminare anche Paolo Borsellino? Perché il giudice palermitano era contrario alla Trattativa ed era stato esposto a Cosa nostra come obiettivo da elminare, come ipotizzato dalla procura di Palermo e anche dalla figlia Fiammetta? O perché aveva deciso di andare in fondo all’inchiesta su mafia e appalti in Sicilia, come sostengono i carabinieri del Ros?

I depistaggi su via d’Amelio – Di sicuro c’è solo che la strage di via d’Amelio rimane ancora oggi una delle più oscure in un periodo già di per sé non certamente nitido. Sul botto che uccise Borsellino e cinque agenti di scorta sono stati celebrati quattro processi e le indagini furono depistate dalle dichiarazioni del falso pentito Vincenzo Scarantino. I giudici dell’ultimo procedimento aperto sulla strage hanno applicato al balordo della Guadagna il comma terzo dell’articolo 114 del codice penale: l’attenuante cioè della “determinazione al reato” che, diminuendo la pena prevista per la calunnia, ha fatto scattare la prescrizione. In pratica Scarantino è stato indotto a fare le sue false accuse. Già, ma da chi? Anche in questo caso bisognerà attendere le motivazioni, che a un anno dalla sentenza non sono ancora state depositate dai giudici nisseni.

La cortesia a Berlusca – Gli inquirenti palermitani, invece, hanno collegato alla strage di via d’Amelio le intercettazioni in carcere di Giuseppe Graviano, sulle quali si è consumato un duello a colpi di perizie tra l’accusa e la difesa di Dell’Utri: a decidere chi ha ragione saranno i periti di Caltanissetta.  “Nel ’92 lui già voleva scendere. Lui voleva scendere, però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi ha detto ci vorrebbe una bella cosa“, ha detto il boss di Brancaccio E poi: “Lui era disturbato (…) lo volevano indagare (…) mi ha chiesto questa cortesia per questo c’è stata l’urgenza”, dice registrato in carcere il mafioso palermitano. Chi è che voleva scendere? Forse Berlusconi, visto che per i pm Graviano sembra dire proprio la parola “Berlusca” (per la difesa direbbe invece “bravissimo)? E dove voleva scendere? Forse in politica nonostante all’epoca fosse ancora in piedi la Prima Repubblica? E perché Graviano dice che questo ignoto personaggio “era disturbato” e “lo volevano indagare“? Per provare a rispondere a questa domanda, nei mesi scorsi gli investigatori sono andati a recuperare l’intervista rilasciata da Borsellino al giornalista Fabrizio Calvi il 21 maggio del 1992.

L’intervista scomparsa – È quella commissionata da Canal Plus, che in quel momento si sentiva minacciata dall’attività imprenditoriale di Berlusconi in Francia, e poi mai mandata in onda neanche dopo l’omicidio di Borsellino. “C’era un interesse di Canal Plus per Berlusconi e la mafia. Questo perché Berlusconi era azionista di La Cinq e la voleva trasformare in una tv criptata, entrando in concorrenza diretta con Canal Plus. Il problema è che quando il film era finito, per Canal Plus non era più una storia utile: La Cinq era fallita, Berlusconi non investiva in Francia e loro non volevano più sentirne parlare”, ha raccontato Calvi al fattoquotidiano.it. In quel colloquio con Borsellino il giornalista italo francese registra per la prima volta le dichiarazioni del magistrato su Mangano, lo stalliere di Arcore. “Borsellino parla di inchieste in corso a Palermo su Dell’Utri, è quella era per me era una novità. C’erano procedimenti su Mangano ma a Milano, non si sapeva niente di indagini aperte a Palermo”, ha raccontato sempre Calvi. E in effetti formalmente la prima indagine su Dell’Utri a Palermo risale al 1994, e cioè due anni dopo quell’intervista mai andata in onda: di quale inchiesta parla, quindi, Borsellino già nel maggio del 1992? Di sicuro c’è solo che meno di due mesi dopo aver incontrato Calvi, il giudice salta in aria. E a schiacciare il telecomando che fece esplodere la Fiat 126 ci sarebbe stato – secondo il pentito Gaspare Spatuzza – proprio Graviano. È questa la “cortesia” di cui parla il capomafia di Brancaccio? E quale sarebbe stata l’urgenza? Forse le indagini di Borsellino su Mangano?

Graviano dixit – Interrogato sull’argomento al processo Trattativa, Graviano si è appellato alla facoltà di non rispondere visto che è a sua volta indagato per violenza o minaccia a un corpo politico dello Stato. Non ha detto nulla anche su un’altra intercettazione captata in carcere: quella in cui parla delle stragi del 1993. “Nel ’93 ci sono state altre stragi ma no che era la mafia. Loro dicono che era la mafia”, racconta riferendosi ai botti di FirenzeMilano Roma, quando per la prima volta Cosa nostra – che nel frattempo è passata sotto la guida di Leoluca Bagarella – colpisce fuori dalla Sicilia. Eccidi che, dopo la sentenza della corte d’Assise, sono da considerarsi a tutti gli effetti messaggi diretti a Palazzo Chigi. “Lo sai cosa scrivono nelle stragi? Nelle sentenze delle stragi, che poi sono state assoluzione la Cassazione e compagnia bella: le stragi si sono fermate grazie all’arresto del sottoscritto“, è un’altra intercettazione di Graviano depositata al processo. Il boss di Brancaccio viene arrestato il 27 gennaio del 1994, ventiquattro ore dopo che Berlusconi ufficializza la sua discesa in campo: da allora non un solo colpo sarà sparato nella Penisola, mentre Cosa nostra comincia a fare campagna elettorale per Forza Italia.

La guerra civile – È per questo motivo che gli investigatori hanno collegato quelle conversazioni al fallito attentato dello stadio Olimpico, che doveva essere compiuto nelle prime settimane del 1994. È  il “colpetto” che secondo il pentito Spatuzza si doveva dare per ordine dello stesso Graviano. Il collaboratore ha raccontato di aver incontrato il suo capomafia a Roma il 21 gennaio 1994. “Incontrai Giuseppe Graviano all’interno del bar Doney in via Veneto, a Roma. Graviano era molto felice, come se avesse vinto al Superenalotto, una Lotteria. Poi mi fece il nome di Berlusconi. Io gli chiesi se fosse quello di Canale 5 e lui rispose in maniera affermativa. Aggiunse che in mezzo c’era anche il nostro compaesano Dell’Utri e che grazie a loro c’eravamo messi il Paese nelle mani. E per Paese intendo l’Italia. Quindi mi spiega che grazie a queste persone di fiducia che avevano portato a buon fine questa situazione, che non erano come quei quattro crasti (cornuti ndr) dei socialisti”.  A quel punto arriva la richiesta: “Graviano mi dice che l’attentato ai carabinieri si deve fare lo stesso perché gli dobbiamo dare il colpo di grazia”.

Cosa nostra come service dell’orrore – Il riferimento è proprio al fallito attentato allo stadio Olimpico contro il pullman dei carabinieri che mantengono l’ordine pubblico durante le partite di calcio. Sarebbe stata la strage numero otto in poco più di un anno e mezzo: numeri da guerra civile. Capaci, via d’Amelio, Roma, Firenze, Milano, ancora Roma (due ordigni senza vittime davanti alle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio in Velabro, la notte del 28 luglio del 1993) e poi appunto il fallito attentato allo stadio: nel periodo in cui i giudici hanno considerato provata la Trattativa, l’Italia è stata praticamente bombardata. La strage numero uno – in ordine cronologico – è quella di Capaci: Falcone poteva essere facilmente assassinato a Roma ma a un certo punto Riina decise di fare le cose in maniera diversa. Dice il pentito Spatuzza: “La genesi di tutto è quando si decise di non uccidere più Falcone a Roma con quelle modalità e si torna in Sicilia: lì cambia tutto e poi non c’è solo mafia”. Resta da capire cosa ci sia stato oltre la mafia: se davvero, cioè, le stragi degli anni ’90 ebbero dei committenti esterni. E se alla fine Cosa nostra non abbia giocato un ruolo da service dell’orrore: metteva le bombe per destabilizzare il Paese. Ma solo perché alla fine qualcun altro potesse arrivare a stabilizzarlo. Questa, però, è solo un’ipotesi nera. Per renderla una storia reale, o anche soltanto un formale atto d’accusa, occorrono – appunto – altre indagini.

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