Quando, come è successo al sottoscritto, si ha la fortuna di nascere e crescere in Molise – dove oggi si vota – ci si trova prima o poi davanti a due possibilità:

1. rimanere avendo voglia di andar via;

2. andar via avendo voglia di ritornare.

Ne deriva una irrecuperabile scissione dell’Io che è difficile raccontare a chi non viene da quella stramba Terra di Mezzo caduta per caso tra Puglie e Abruzzi, messa lì a segnare il confine quasi fosse necessario un cuscinetto tra il Sud arretrato, povero, arcaico, e il Centro Nord europeo.

Ed ecco che sin da subito l’identità del molisano è revocata in dubbio: meridionale, come sostengono i settentrionali che odono il nostro accento cantilenante, o lembo estremo del centro Italia? Inutile tentare di risolvere il busillis con cartina geografica alla mano, siamo ambigui noi: nella nostra cucina convivono disinvoltamente pasta fresca e polenta, il nostro vocabolario è evidentemente napoletano ma la nostra pronuncia è anche un po’ abruzzese e un po’ pugliese, siamo 800 km a Sud di Bolzano, ma ogni inverno nevica che Dio la manda, ospitiamo una delle attività imprenditoriali più antiche del mondo, ma la metà buona di noi ha un impiego pubblico (e l’altra metà tenta di ottenerlo).

Insomma, hanno ragione quelli che ci sfottono su Facebook: il Molise non esiste. O meglio non esiste un solo Molise: ne esistono dieci, cento, mille tanti quanti sono i suoi pochi abitanti e quanti sono i molisani in giro per il mondo. Non esiste, invece, quella regione “combattuta tra M5S e Centrodestra”, non esiste quel popolo “con il fiato sospeso”, non esistono quei 300mila campagnoli rincoglioniti dalla infinita teoria di leader politici nazionali sfilati sotto il loro naso per convincerli che “il Molise è come l’Ohio”.

No. Proprio no. Non esistono masse di imbecilli pronte a bersi le balle dei “pezzi da novanta venuti da Roma”, perché i molisani sanno benissimo che a Di Maio, Di Battista, Salvini, Martina, Gentiloni del loro piccolo fazzoletto di terra non frega assolutamente nulla. Sanno benissimo che questo spettacolo sfavillante di promesse e prediche dal palco è solo cabaret. Non dubitano del fatto che il 23 aprile la regione tornerà nel dimenticatoio della politica nazionale ripiombando nella fitta nebbia dell’irrilevanza.

Perché i molisani, come tutti i veri provinciali, sono disincantati per natura, hanno un pronunciatissimo senso del ridicolo, una notevole capacità di misurare i propri mezzi e rapportarli a quelli degli altri.

E con questo disincanto ora sono lì che si godono il ridicolo spettacolo di slogan e battute, questa campagna elettorale zombie che proprio non vuol finire: certo, i molisani sono lusingati da tutte attenzioni, guardano soddisfatti i loro candidati abbandonare gli studi delle tv locali per confrontarsi con i giornalisti delle testate nazionali, sono felici di vedere le dimenticate piazze dei centri storici di Isernia e Campobasso inquadrate dalle telecamere di Sky; ma sanno che si tratta di una brillante messa in scena, di un reality senza donne nude, di un sotto-prodotto televisivo da mandare in onda alle 3 del mattino con le tele-vendite di coltelleria.

In una sorta di patologia indotta dall’abuso del metodo Stanislavskij, gli unici che credono per davvero a quest’invereconda montagna di fregnacce sono proprio loro, gli imbonitori: pur consapevoli di interpretare una parte, sono lì che si beano dai palchi, sfornano sorrisi, fanno e si fanno fare foto, mescono slogan a più non posso e, alla fine, si autoconvincono di essere al centro del mondo, investiti di una missione epocale, eroi intestati alla battaglia per il trionfo del bene sul male tra i fatali colli di Larino, Guasto e Montecilfone.

E torniamo all’inizio di questo pezzo, alle scissioni di personalità ed altre psicopatologie: dopo tutta questa baraonda, chi spiegherà al povero cristo vincitore delle regionali che il governatore del Molise non conta un cazzo?

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