Da sabato 7 aprile Luiz Inacio Lula da Silva, è di fatto il primo ex-presidente del Brasile in carcere per un crimine comune. Lula, che ha trascorso la sua prima notte in cella, dovrà scontare una condanna a 12 anni. Sebbene i presidenti brasiliani della storia recente siano regolarmente finiti nei guai – imputati, fatti crollare da un colpo di stato e persino da un solo suicidio – Lula è stato il primo a essere condannato per corruzione e incarcerato. La sua nuova casa è una cella di circa 15 metri quadrati nella sede della polizia federale a Curitiba.

L’ex presidente brasiliano è arrivato alle 22.30 circa di sabato 7 aprile ora locale (le 3.30 italiane) alla Soprintendenza della polizia federale a Curitiba. Gli oppositori del partito del lavoratori hanno accolto il suo arrivo con i fuochi di artificio. Lula è arrivato all’aeroporto di Afonso Pena su un aereo monomotore della polizia federale da San Paolo. Da qui, è stato trasferito alla Sovrintendenza. Davanti ai locali della polizia si sono riuniti sia gli oppositori che i sostenitori del leader del Partito dei Lavoratori.

La resa è arrivata dopo una giornata convulsa, a tratti drammatica, quando l’ex presidente brasiliano ha scelto di non infiammare ulteriormente gli animi e ha lasciato la sede del sindacato a San Paolo dove era barricato da giorni. In precedenza aveva dato l’ultimo colpo di coda, arringando la folla dei suoi sostenitori. Annunciando sì che si sarebbe consegnato, ma continuando a gridare la sua innocenza. E quando è salito su un’auto per andarsi a consegnare, la folla lo ha bloccato, costringendolo a rientrare nell’edificio.

La tensione era alle stelle, con i dirigenti del sindacato e del partito dei lavoratori che hanno tentato di calmare i manifestanti, invitandoli a sgomberare. Lula, per tutta la giornata, ha continuato a tergiversare, forse facendosi forte della protezione dei suoi. Prima a chiesto di consegnarsi solo dopo la messa in memoria della moglie. Poi dopo un pranzo con i familiari, infine ha chiesto un’ulteriore proroga per poter vedere domenica sera una partita di calcio tra Palmeiras e Corinthians.

Rintanato da giorni nella sede del sindacato Abc, alla fine Lula ha deciso di cedere e piegarsi al mandato d’arresto emesso giovedì dal giudice Sergio Moro. Il termine massimo perché si costituisse, fissato dal magistrato simbolo delle inchieste anticorruzione, era scaduto venerdì pomeriggio ma il leader politico era rimasto rinchiuso nella sede sindacale, circondato da migliaia di simpatizzanti. Una situazione esplosiva, che rendeva di fatto impossibile alla polizia federale arrestarlo con un’azione di forza, senza correre l’altissimo rischio di scontri.
Nel giorno in cui anche l’ultima richiesta di sospendere l’arresto è stata respinta dal Tribunale federale supremo, a sbloccare apparentemente l’impasse è stato un accordo tra gli avvocati e la polizia: Lula, hanno assicurato i legali, si sarebbe consegnato spontaneamente alle forze dell’ordine dopo una messa per la seconda moglie Marisa Leticia, morta a febbraio dell’anno scorso e che avrebbe compiuto 67 anni proprio il 7 aprile.

La cerimonia si è trasformata in un comizio politico accanto alla sede del sindacato. A più riprese i sostenitori hanno inneggiato alla “resistenza” e hanno incitato Lula a non consegnarsi. Lui, vestito con una semplice t-shirt scura, ha risposto con gesti e saluti, scambiando abbracci e gesti d’intesa con gli altri politici sul palco. Al suo fianco anche la fedelissima ex presidente brasiliana Dilma Roussef. Alla fine della celebrazione Lula si è lanciato in una lunghissima arringa. Polizia federale e pubblico ministero, ha attaccato, “hanno mentito” sulla sua vicenda giudiziaria. “Non li perdono per aver trasmesso alla società l’idea che io sia un ladro. Io non mi nascondo, non ho paura di loro e non abbasserò il capo. Chi mi accusa non ha la coscienza a posto come me”.