GERUSALEMME – Il cielo della notte mediorientale è stato illuminato dalle scie dei missili che da ogni direzione piovevano sulla Siria. Dalle navi americane nel Mar Rosso, da quelle nel Mediterraneo, e dai bombardieri B-1 che affollavano le aerovie militari, dai caccia Tornado inglesi partiti da Creta e dai Rafale decollati in Corsica. Un’azione in grande stile con oltre cento missili sparati contro tre obiettivi siriani per punire il regime di Damasco del presunto attacco con le armi chimiche a Douma, la scorsa settimana. In attesa che le prove “inconfutabili ”, secondo le parole del presidente Usa Donald Trump, dell’uso di armi chimiche siano mostrate alla comunità internazionale, l’Asse del Bene – Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna – ha mandato “un messaggio chiaro ad Assad e i suoi collaboratori malvagi, affinché non compiano altri attacchi chimici” secondo le parole del capo del Pentagono James Mattis. Appoggio al bombardamento di ieri notte è venuto anche da Unione Europea, Giappone, Canada e Israele.

Fra i molti punti oscuri delle ore che hanno preceduto l’attacco c’è quello che riguarda il Cremlino. Mosca è stata avvertita preventivamente dell’attacco, ha detto la ministra francese della Difesa Florence Parly. Versione che il Pentagono ha confermato solo in un secondo momento. Ma è noto che la “linea rossa” di comunicazioni per la Siria, fra Usa e Russia, è stata incandescente nelle ultime 36 ore. Così come tra le 12 e le 24 ore prima dell’attacco preventivamente anche lo Stato maggiore di Israele è stato avvertito dall’alleato americano. In nessuno degli obiettivi prescelti dal Pentagono con Francia e Gran Bretagna c’è mai stata una presenza di militari russi o iraniani che collaborano con Damasco. E infatti il capo di Stato maggiore Usa, il generale Joseph Dunford ha dovuto ammettere che “gli Stati Uniti hanno specificatamente individuato obiettivi per mitigare il rischio che fossero coinvolte forze russe”, e certamente “la linea rossa di comunicazione con Mosca è stata usata nel periodo che ha preceduto gli attacchi, ma gli obiettivi non sono stati coordinati con i russi”.

L’operazione contro la Siria è durata meno di un’ora. Centoventuno i missili lanciati complessivamente contro un centro di ricerca scientifica a Damasco, un deposito a ovest di Homs e un centro di comando operativo sempre nei pressi di questa città. La maggior parte di questi missili, 71 stando al generale Sergei Rudskoi del comando russo, è stata intercettata dalla difesa siriana ancora equipaggiata con sistemi antiaerei di epoca sovietica e “i danni subiti dalle strutture sono stati definiti “modesti”. A metà giornata si lamentavano soltanto tre militari feriti. Le basi, semplicemente, erano vuote. Come un anno fa quando 58 missili Tomahawk piovvero sulla Siria senza significative perdite.

Mosca non ha esitato a condannare l’attacco degli Usa e dei suoi alleati, Vladimir Putin ha parlato di “atto di aggressione” e che la Russia ricorrerà al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Anche Teheran, l’altro grande alleato del presidente Assad, ha fatto sapere che l’America e suoi alleati “saranno responsabili per le conseguenze regionali che seguiranno a quest’attacco”. Le forze russe e iraniane presenti sul territorio siriano non sono state coinvolte nell’attacco e non hanno risposto al lancio dei missili, solo le difese antiaeree siriane hanno aperto il fuoco. I vecchi “S-125”, “S-200”, costruiti in Urss 30 anni fa, si sono rivelati molto efficaci. Ma Mosca come ha anticipato il generale Rudskoi, “potrebbe riprendere in considerazione la fornitura di nuovissimi S-300 bloccati finora per le pressioni dell’Occidente”. E questo metterebbe in allarme ancora prima dell’Occidente Israele. Lo stato ebraico ha da tempo tracciato le sue linee rosse sulla Siria, resistendo finora a intervenire direttamente nel conflitto limitandosi a raid aerei in occasione di passaggio di armi pesanti fra esercito siriano e Hezbollah. Una di queste riguarda la presenza delle forze iraniane in Siria. Ora che le operazioni del regime dei suoi alleati si sposteranno verso la regione di Idlib e il Golan siriano, ultime due ridotte controllate dai ribelli sunniti e una milizia dell’Isis. Se lo schema usato nella Ghouta orientale si ripeterà nel Golan questo porterà le milizie sciite sostenute dall’Iran proprio sul confine di Israele. E questo lo Stato ebraico non potrà permetterlo e dovrà scendere in campo direttamente, aprendo la regione mediorientale davvero a scenari imprevedibili.