“Se me lo chiedono”. Così risponde il rieletto Andrea Cecconi, finito nello scandalo dei rimborsi a Cinque Stelle. Intervistato dal Corriere, si dice incerto sul proseguire o meno con le famose “restituzioni” che sono ortodossia grillina ma non per lui (ed altri) che non la rispettavano. E’ sicuro invece di non aver alcuna intenzione di dimettersi. “Il contratto per le mie dimissioni l’ho firmato, certo. Ma era carta igienica”. E poco importa se l’8 febbraio aveva annunciato su Facebook che avrebbe rinunciato all’incarico, facendo subentrare un altro candidato del Movimento, incassando per questo anche il plauso di Di Maio (“mi rende orgoglioso”). Alla fine? Contrordine: Cecconi non si dimetterà ed è anche dubbio che rinunci a parte della famosa indennità e diaria che è stato poi motivo della rovinosa caduta, seppure sul velluto di un’altra poltrona, lato sinistro dell’emiciclo della Camera.

La nuova legislatura con volti vecchi e nuovi continua a creare piccole occasioni di grande imbarazzo ai Cinque stelle che pure puntano i piedi sulla candidatura del condannato Paolo Romani nel solco di un rigore dichiarato inderogabile. Poi arrivano i Cecconi ma non solo, perché a stretto giro anche Salvatore Caiata – altro espulso appena emerse le indagini sul suo conto – dalla buvette di Montecitorio fa sapere che “non ho fretta di chiarire i rapporto con M5S, adesso ho altre priorità”.

Se entrambi gli eletti sono due fardelli subiti dal Movimento, tocca ricordare che altri sono stati caricati deliberatamente sulle spalle e producendo malumori e imbarazzi interni nonché attacchi da parte di altri partiti. Su tutti il caso del senatore Emanuele Dessì al centro delle polemiche per la riammissione a sorpresa nonostante la firma della dichiarazione di rinuncia per la vicenda della casa popolare a sette euro e i contatti con un esponente del clan Spada, lascia Palazzo Madama dopo le procedure di registrazione. Era falso quel documento? Rinuncerà almeno all’affitto? Ma il neoeletto pentastellato, riammesso su indicazione del capogruppo in Senato Danilo Toninelli, rifugge dalle telecamere senza rispondere nel giorno della registrazione che lo vuole, come nulla fosse, senatore a Cinque Stelle. Non un bel modo di iniziare la legislatura.