Del Rosatellum, sul Fatto, abbiamo scritto tanto e spesso, visto che la legge elettorale (approvata con ben otto voti di fiducia) regola il principio di rappresentanza e tra le leggi ordinarie è quella più simile alla Costituzione. Come ha detto Gustavo Zagrebelsky, “il ceto politico pensa le norme elettorali come strumenti per fare i conti al proprio interno. Ma le leggi elettorali – sarò ingenuo a pensarlo – devono essere soprattutto nell’interesse dei cittadini. L’elettore non esiste in natura, ciascuno diventa elettore dopo che la legge gli ha dato o negato certi poteri. Tutte le altre leggi non hanno questa intensa caratteristica ‘definitoria’ dei soggetti cui si riferiscono. Le nostre ultime leggi elettorali non sono leggi (solo) mal scritte; sono leggi mal tournées, leggi che guardano cioè dalla parte sbagliata“. E alla domanda su cosa potrebbe accadere se anche questa (ennesima) legge venisse dichiarata incostituzionale, risponde così: “Probabilmente, niente. Il principio di continuità dello Stato, già utilizzato per salvare il Parlamento eletto tramite una legge incostituzionale, può essere utilizzato indefinitamente: si fa una legge elettorale, si elegge un Parlamento, la legge è annullata, il Parlamento continua e fa quel che gli pare, poi magari si fa un’altra legge incostituzionale e si ricomincia da capo”. L’irresponsabilità democratica.

Ci siamo occupati del Rosatellum prima che diventasse legge, e dopo; prima che venisse testato, e dopo. Nemmeno nelle nostre più nefaste previsioni, però, potevamo immaginare quel che, a diciotto giorni dal voto, abbiamo appreso e cioè che la conta degli eletti non finisce mai. Si aggiorna come il tabellone delle partenze e degli arrivi di una grande stazione, perfino dopo la proclamazione ufficiale della Corte di Cassazione (una cosa mai vista). L’effetto flipper della quota proporzionale spiega benissimo (e letteralmente!) l’espressione “non so più a chi dare i resti”. Perché sono proprio i resti a causare tsunami elettorali su e giù per lo Stivale, come ha raccontato Lorenzo Giarelli sul nostro giornale. I riconteggi, anche con pochi voti di differenza, possono spostare un onorevole dalla Calabria in Veneto, con conseguente ricaduta a domino su altri eletti e altre regioni. Se non fosse una cosa seria, ci sarebbe da ridere.

Per non dire dei drammi individuali di chi pensava di essere eletto, poi ha dovuto digerire un’esclusione e poi (forse) di nuovo l’orizzonte di un trasloco romano (sono vivamente consigliati gli affitti temporanei). Per fortuna che da anni e da più parti s’invoca una legge certa e semplice, grazie alla quale poco dopo la chiusura delle urne si capisce chi ha vinto. “La sera delle elezioni si deve sapere chi governa!” (come dicevano i renziani e non solo) è una frase da gente che confonde la politica con una partita di calcio, ma conoscere chi sarà a rappresentare la nazione in Parlamento due settimane dopo il voto, sarebbe invece un obbligo. E il minimo sindacale che si richiede a una legge elettorale. Oltre al fatto di essere costituzionalmente corretta. Su questo tema moltissimi giuristi hanno dubbi. E sono dubbi autorevoli nonché condivisibili: barrando solo il nome del candidato all’uninominale (senza fare un segno sul simbolo del partito), il voto della quota proporzionale viene diviso, in maniera proporzionale appunto, al numero di voti totali dei partiti di quella coalizione. E’ il voto con la virgola, che ha il grosso difetto di seguire le scelte di altri elettori.

Detto tutto ciò, dal 4 marzo uno spettro si aggira per gli studi televisivi: è il fantasma del Rosatellum e del di lui eroico padre, Ettore Rosato del Pd, che a reti unificate prova a salvare il salvabile, con ammirevole costanza. Martedì sera da Floris su La7, in studio ci sono i giornalisti Massimo Giannini, Massimo Franco e Maurizio Belpietro in collegamento. Al fuoco di fila di domande e critiche sull’inefficacia della legge, Rosato prova a tener testa, rigettando con sdegno l’accusa (mossa da Giannini) di aver voluto fare una legge che garantiva più che la governabilità, l’ingovernabilità: “È una banalizzazione da campagna elettorale!”. Oibò. Poi Belpietro sottolinea che il suddetto sistema serviva a favorire un accordo Forza Italia-Pd, poi rivelatosi impossibile per insufficienza numerica: “È la legge elettorale dell’inciucio”.

E, nota Giannini, è tanto vero che Renzi e Berlusconi, con questo risultato che non rende possibile l’inciucio, si scoprono sprovvisti di un qualunque piano B. A quel punto interviene Massimo Franco: “Salvini ha capito che dalla legge elettorale si sarebbe avvantaggiata la Lega a spese di Forza Italia. E il calcolo si è rivelato perfetto. Non vorrei essere offensivo, ma ho l’impressione che molti nel Pd e non solo possono venire definiti ‘grillini ad honorem’, perché quest’operazione di fare una legge di tutti per arginare i grillini, alla fine ha fatto un favore ai grillini”. E Rosato si arrende: “Concordo su questo”. A chi gli fa notare che ci si poteva pensare prima, il babbo del sistema elettorale risponde allargando le braccia. Come dire: vabbè, è andata così.

Comunque Rosato, pur non particolarmente brillante nella complessa arte della legge elettorale, s’erNa impegnato tanto e questo per alcuni ha il suo peso: il Pd pensa di confermarlo capogruppo se non addirittura eleggerlo vicepresidente della Camera. Un onore più che meritato, evidentemente (sia detto allargando le braccia).

Versione estesa del commento pubblicato oggi su Il Fatto Quotidiano