La notizia è che anche quest’anno si sono svolti i Campionati italiani della Geografia, dedicati alle classi terze della scuola secondaria di primo grado. “132 studenti organizzati in 33 squadre provenienti da tutta Italia si sono sfidati a suon di puzzle geografici, cartine mute, foto di località, coordinate geografiche e giochi al computer”, scrive la redazione di OrizzonteScuola.it.

La notizia è che la geografia almeno una volta all’anno diventa “importante”. Diventa protagonista, uscendo dal sostanziale anonimato nel quale è stata confinata. Almeno nel triennio della scuola media. Una materia alla quale si dedica poco tempo. Una sola ora settimanale, fatta eccezione per casi particolari, legati perlopiù alla decisione del consiglio d’istituto di dedicare allo studio della disciplina anche l’ora approfondimento. Singola ora a disposizione di un professore, che può essere quello che si occupa anche di storia, oppure che ha in carico per intero lettere. Considerati scioperi, chiusure previste e non previste, non un granché per imbastire un ragionamento sulla geografia e per svolgere il programma. Non solo, per allargare lo sguardo degli studenti con qualche lettura integrativa. Proposta dal libro di testo, ma anche suggerita dal docente, magari prendendo spunto dall’attualità.

Insomma tempi davvero ristretti. Per illustrare, per raccontare la geografia. Per far conoscere, interessando. Per insegnare ad osservare. Già, perché la geografia è anche questo. Avere uno sguardo su quello che ci circonda. Sul “vicino” e sul “lontano”. Senza dimenticare la conoscenza. Del posto nel quale abitiamo, città o paese che sia. E poi i suoi dintorni. Provincia e regione. Quindi le altre regioni con le sue città e i rispettivi territori. E poi l’Europa e tutto il resto. Legando alla geografia la storia.

Il fine non può che essere questo. Raccontare luoghi attraverso i caratteri fisici e antropici. E invece troppo spesso la geografia non è questo. Troppo spesso la geografia rimane pressoché ignota. Non solo quella dell’Europa e degli altri continenti. Ma anche quella di “casa nostra”. Gli studenti non sanno dove si trovino centri urbani e paesi della nostra penisola. Addirittura non sanno pronunciarli correttamente. Così Pavìa diventa Pàvia e Vibo Valentia Vibo Valenthia.

Indubbiamente la geografia è una materia tecnica che ha una sua terminogia. Un lessico specifico. Ma è pur vero che generalmente si studia poco. Molto poca gliene danno i programmi scolastici. Ma a prescindere da tutto questo c’è anche un altro dato da tener presente. I ragazzi hanno smesso di osservare, oppure lo fanno, ma in maniera distratta. Guardano, senza fissare. Eppure, molti di loro viaggiano, si spostano, visitano. Ma è come se le immagini si sovrapponessero confondendosi, piuttosto che imprimersi. Ed è un peccato, perché in questo modo fanno svanire non solo informazioni, ma anche ricordi sotto forma di immagini. Così può accadere che a Pavia e a Vibo Valentia ci siano pure andati e le abbiano anche visitate. Ma non ricordano nulla. Neppure il loro nome.

Insomma la scuola dovrebbe dedicare più spazio alla geografia. Perché, altrimenti, il rischio è che la geografia diventi sempre più una sconosciuta. Oggi a molti studenti. Domani a quegli ex studenti diventati adulti. Parti della nostra società. Perché il rischio sempre più concreto è che le generazioni tecnologiche, in grado di far operazioni strabilianti con un cellulare, non sappiano nulla di quel che le circonda. Abitino luoghi sconosciuti. Il che equivarrebbe a perdere una parte della propria identità. E sarebbe davvero irragionevole.