Puoi stare a decomporti per cinque sere di seguito sul divano senza scoprire che esiste un “deep Sanremo” che non vedrai mai in tv. Chi non frequenta il web rischia di perdersi la controstoria più folgorante sul Festival, nata come un efficace sabotaggio della messa cantata dell’Ariston, l’infiltrazione sul piccolo schermo di una banda di geniali disturbatori nati e pasciuti sulla Rete, che dalle profondità di YouTube muovono alla conquista della kermesse di Raiuno, e tutto questo con la complicità di almeno un presentatore e di alcuni cantanti in gara.

Loro sono i The Jackal, videomaker partenopei da milioni di visualizzazioni a botta: quando mesi addietro presero di mira l’orrendo “Despacito” furono intercettati pure dai fans sudamericani, e in una clip ebbero come guest star lo stesso Luis Fonsi, il diretto responsabile di quel reggaeton che ha fatto frullare il cervello a mezzo mondo. E che dire della loro parodia di “Gomorra”? O della scommessa al botteghino natalizio con il film “Addio fottuti musi verdi”? L’anno scorso The Jackal avevano già tentato un primo assalto al Festival, convincendo tutti quelli che arrivavano sul palco a pronunciare una parola che suonava insulsa in ogni discorso, cioè “termostato”, che finì pure sulla bocca degli esasperati Conti e De Filippi, mentre Noemi spalleggiò i burloni di Internet bofonchiando “Sta’ senza penzier’”, proprio una delle frasi cult di “Gomorra”, alla fine di un’esibizione.

Stavolta The Jackal hanno alzato il tiro, coinvolgendo direttamente nella trama il sorprendente Favino. Guardare, per credere, le prime due puntate della webserie “Operazione Sanremo”. Lì si spiegano alcune delle sortite dell’attore durante la diretta dall’Ariston. Ricordate la presa in giro della Hunziker alla fine di un battibecco da copione tra i due, con Pierfrancesco che scherniva la showgirl secchiona esalando la parola “Gnigni” corredata da smorfie? E perché mercoledì Nina Zilli si era congedata da Favino con un enigmatico “Ciao Fru!” quando il soprannome del Nostro è notoriamente Picchio? Ancora, come mai gli stessi Negramaro si sono congedati ieri sera con Sangiorgi che ha soffiato al microfono un triplice “Gnigni”? Infine, quale messaggio voleva trasmettere il solito Pierfrancesco poco più tardi al dopofestival indossando sornione una maglietta con quel vocabolo misterioso? Cosa stava accadendo?

La soluzione è nell’esilarante plot di “Operazione Sanremo”, dove The Jackal rapiscono Favino alla vigilia della rassegna canora per sostituirlo con un sosia, quel “Fru” che starebbe imperversando all’Ariston al fianco di Michelle e Claudione. Pierfrancesco, nella parte dell’ostaggio, fornisce una prova d’attore da Oscar. Chiede ai sequestratori lo scopo della loro azione, e quelli rispondono che si tratta di una strategia di “partecipazione passiva”, dopo che “intere generazioni sono state costrette a guardarsi Sanremo senza avere la possibilità di esprimersi, mentre sul palco salivano persone come Garko o Belen”.

Bene: ma ammesso che Fru e i suoi mandanti fossero riusciti  “ad ingannare lo sguardo attento di Ornella Vanoni” e a oltrepassare gli inviolabili fornelli della Rai, cosa avrebbero voluto comunicare i “terroristi” a milioni di telespettatori? The Jackal fulminano il malcapitato Favino: “Gnigni”, che non significa niente “ma fa tanto ridere”. Ed è in effetti così: chi vede le puntate della webserie vede tutti i tasselli andare a posto, le serate del Festival sono infiltrate da hacker creativi che creano una tv 2.0 dove i media entrano uno dentro l’altro come tante matrioske, e gli hashtag buffamente innocui come #gnigni diventano una rivoluzione virale. Non che The Jackal siano i primi a tentare l’assalto al Palazzo dei grandi network tv: i loro antesignani erano stati quelli della Gialappa’s. Ma ora, niente sarà più lo stesso. Chissà se nella prossima puntata di “Operazione Sanremo” troveremo gli ispiratori nascosti di quel balletto galeotto di Favino e Hunziker, l’altra sera, proprio su “Despacito”. Quante cose non sanno quelli che si contentano di Raiuno. Magari neanche Baglioni è quello vero, forse è solo uno dei sette sosia di cui dispone ogni dittatore.