There is no alternative“. Non c’è alternativa, diceva Margareth Thacher. A cosa? Al sistema esistente. Al capitalismo. Un’ideologia talmente pervicace da convicerci non solo da essere l’unica perseguibile. Ma anche – e soprattutto – che ormai nel mondo le ideologie non esistono più. E se non esistono più, come si fa a immaginarne altre? Come si fa a immaginare un futuro? È la domanda al centro di Realismo Capitalista, che esce oggi, 24 gennaio, per la prima volta in italiano. Scritto da Mark Fisher, il filosofo morto suicida il 14 gennaio del 2017, pubblicato per la prima volta in Gran Bretagna per Zero Books nel 2009, a portare per la prima volta in Italia quello che è considerato uno dei dei più influenti saggi critici degli ultimi anni è la neonata casa editrice Nero. Il volume battezza la collana Not, diretta da Corrado Melluso e Valerio Mattioli, già presentata nelle principali città italiane.

Tradotto dallo stesso Mattioli, che firma anche un’illuminante introduzione (si puà leggere cliccando qui), Realismo Capitalista non parla della crisi dei partiti socialisti europei. E nemmeno di Welfare, diseguaglianze e presunte democrazie inquinate dalle fake news.  “È un pamphlet, un ripensamento (su quali forme un’ipotetica nuova sinistra possa assumere se davvero vuole tornare a “inventare il futuro“, per dirla coi suoi allievi Nick Srnicek e Alex Williams) e infine uno straordinario, puntuale saggio di trasversalità, di capacità comunicativa, di partecipazione emotiva e di lettura degli immaginari dominanti”, si legge nell’introduzione.

Il concetto di base è semplice: il Tina della Thatcher  – cioè l’acronimo di there is no alternative al capitalismo- alla fine è evaso dalla sfera strettamente politico economica per invadere l’intero incoscio collettivo. “Fisher comincia ad avvertire, man mano che i Duemila si dipanano tra guerra al terrore e New Labour imperante – scrive Mattioli – i sintomi di una lenta e inesorabile scomparsa del futuro, parallela al ritorno “fantasmatico” di un passato che proprio nel futuro aveva sperato e investito”. Il risultato? È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo, come recita la provocazione attribuita a Frederic Jameson. E le ricadute in campo sociale sono gigantesche.

Che succede quando ti accorgi di essere dentro a un sistema in cui rappresenti solo un semplice minuscolo meccanismo da valutare in termini produttivi? Che succede quando non ne puoi uscire, per il semplice fatto che fuori non c’è niente? Che succede quando non te la puoi neanche immaginare un’alternativa?  “La depressione come malattia di massa“, risponde Christian Raimo, recensendo il volume sul Sole 24 Ore. “Da qui, discende un’analisi succinta ma penetrante di come questo realismo capitalista si rifletta in ambiti apparentemente tra loro diversissimi come la sempiterna cultura pop (soprattutto il cinema, che nel corso degli anni è diventato sempre più uno dei perni dell’analisi di Fisher), la malattia mentale (che Fisher conosceva bene sin dall’adolescenza), la burocrazia, il sistema scolastico, la catastrofe ambientale”.

Critico musicale, attivista e curatore di K-punk – uno dei più seguiti blog di cultural theory – Fisher raccontava spesso che si era formato leggendo più il New Musical Express che i saggi di filosofia. Poi nel 2009 dà alle stampe il suo manifesto politico estetico. Una traccia per provare a costruire nuove forme di coinvolgimento politico. “Le reazioni a Realismo capitalista – ricorda l’introduzione – sono buone praticamente sin da subito: il libro esce a ridosso della crisi del 2008, che nonostante le speranze di molti non aveva scalzato in alcun modo l’idea che ‘non c’è alternativa‘, e la lettura di Fisher sembra a quel punto fornire assieme un’analisi critica e una consolazione. Ma è solo col tempo che Realismo capitalista diventa a tutti gli effetti un classico, nonché uno dei saggi più citati (se non altro a partire dal titolo) da scrittori, artisti e intellettuali appartenenti a quella generazione per la quale, come proprio Fisher ricorda nel libro, ‘il capitalismo semplicemente occupa tutto l’orizzonte del pensabile”. E oltre l’orizzonte del pensabile non c’è nulla.