“Il 5 settembre 1938 ho smesso di essere una bambina come le altre”. Parola di Liliana Segre, una delle poche testimoni ancora in vita della Shoah, appena nominata senatrice a vita dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Un ‘segnale’ del Colle che ha scelto una sopravvissuta ai campi di sterminio come sua prima nomina, tra l’altro a una settimana dal Giorno della Memoria e nell’80esimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali in Italia.

“Ho ottantasette anni, ne avevo tredici quando fui deportata ad Auschwitz. Mi fa una pena ricordare quella ragazzina che ha l’età di mio nipote. Il freddo, la solitudine, l’essere rimasta sola e tutto quello che questi occhi hanno visto”, racconta al fattoquotidiano.it la neosenatrice a vita, ricordando come prima della promulgazione delle leggi razziali fasciste, per lei essere ebrea, nata a Milano da famiglia milanese, volesse semplicemente dire essere esonerata dall’ora di religione e non espulsa da scuola come invece capitò: “Per una bambina che deve fare la terza elementare è una parola molto grossa, perché chi è espulso da scuola ha compiuto qualcosa di grave e quell’essere cacciata mi aveva profondamente segnato in quegli anni”. Nessuno, tanto meno l’animo innocente di quella ragazzina, avrebbe potuto immaginare che le Leggi razziali sarebbero state l’anticamera della deportazione. Nessuno poteva immaginare che sarebbero sfociate in una storia dal finale tragico rastrellando in quell’agghiacciante girone infernale migliaia di italiani di religione ebraica: “Eravamo trattati come bestie prima ancora di arrivare al macello”.

Prima del macello la prigionia. La detenzione più lunga fu quella nel carcere di San Vittore. Quaranta giorni rinchiusa in cella con papà Alberto e poi l’improvvisa comunicazione, la partenza per destinazioni ignote: “Era la deportazione annunciata – continua Liliana Segre – Ne facevo parte anch’io, la principessa del mio papà”. L’uscita dal V raggio del carcere? “Uno straordinario viatico spirituale – rievoca la sopravvissuta – I carcerati si sporgevano dai ballatoi lanciando arance, biscotti e pronunciando parole d’incoraggiamento. Una di loro con accento milanese mi disse: ricordati, tusa, mi chiamo Bianchi, vedrai che tu ce la farai”. Quasi una profezia. Quei prigionieri, a detta della Segre, diedero prova di essere persone eccezionali perché capaci di pietà. Una pietà che di lì in poi quella giovinetta dai capelli scuri e dai tratti gentili non conobbe più, fosse solo per l’orrore che i suoi occhi furono obbligati a vedere. Era il 30 gennaio 1944 quando Liliana, papà Alberto e altri compatrioti furono fatti uscire dal carcere e caricati su camion che sfrecciarono sotto gli occhi indifferenti di una Milano deserta in direzione di “sotterranei bui, buissimi, grandi e semivuoti”. Si trattava dei sotterranei della Stazione Centrale di Milano da sempre adibiti al carico e allo scarico della posta o di altre merci.

Quella stazione che era sempre stata preludio di vacanza stava trasformandosi nel punto di partenza verso un luogo assolutamente sconosciuto. Che cosa stava succedendo? I sotterranei di una delle stazioni più trafficate d’Italia stavano trasformandosi in una catena di montaggio del crimine, diventando teatro di uno dei “giochi” più efferati che l’umanità avesse mai concepito. Tanto che la discesa agli inferi non tardò ad arrivare. Solo nel 2013, in occasione della Giornata della Memoria, settantacinque anni dopo la promulgazione delle leggi razziali italiane, quel luogo fu pronto per essere aperto al pubblico. Ora, sottoforma di libro della memoria, però. “Siamo esattamente al di sotto del Binario 21 e questo è il Memoriale della Shoah, uno spazio vivo, uno dei pochissimi luoghi al mondo a essere rimasto immutato e che vuole raccontarci una storia”, dice Roberto Jarach, dal 2007 vicepresidente della Fondazione del Memoriale ed ex presidente della Comunità ebraica. Ed è proprio sotto l’egida di quest’affermazione che il monumento in questione si rifiuta di essere chiamato museo, proprio perché museo non lo è. Tant’è vero che le grandi arcate in vetro che si affacciano su via Ferrante Aporti, così come la moderna biblioteca progettata come una scatola in vetro a lastre di seicento chili l’una (ancora in via di finitura), sono entrambe tese a voler creare un contatto fisico con la città. A quale scopo? Instillare nella gente una memoria viva e non retorica. Viva come le memorie di Liliana Segre. Viva come la parola “indifferenza” che riempie letteralmente l’atrio del Memoriale poiché incisa a caratteri cubitali su un muro in cemento armato. Un muro voluto dalla stessa sopravvissuta, quasi a voler separare la società civile da un luogo sconosciuto, da un luogo di non ritorno, dalla forza motrice del male, da un popolo grigio di persone indifferenti che ha consentito che tutto ciò accadesse.

“Con una violenza spaventosa venivamo spinti, picchiati, umiliati e buttati dentro queste carrozze, dove non c’era niente. Non c’era luce, non c’era acqua. C’era solo un po’ di paglia per terra e un secchio per i propri bisogni e quando debordava debordava”, ricorda sempre la neosenatrice. Ma all’interno del Memoriale a far riflettere è anche un secondo muro. Il muro della Memoria. È qui che si è scelto di scrivere le centinaia di nomi partiti con il convoglio di Liliana Segre: “Altrimenti quei nomi avrebbero dovuto essere 7mila: quasi tutti sono scritti in bianco, solo ventidue in rosso, perché su seicentocinque deportati ci salvammo solo in ventidue. Tutti gli altri furono uccisi”. Tuttavia quando quel raccapricciante viaggio della morte si interruppe, solo in pochi ebbero il coraggio di parlare: “Quello che abbiamo vissuto è stato talmente indicibile! Noi che siamo i deportati non conosciamo i termini esatti per descrivere quello che altri uomini e altre donne che, non erano pazzi, hanno studiato a tavolino per mettere in atto questo genocidio”.

Dopo Auschwitz, la frattura emotiva fu così profonda che Liliana Segre si chiuse in un silenzio durato quarantacinque anni. Un silenzio che s’infranse quando “il dovere della memoria irruppe come un fiume in piena”. Ed è così che quella bimba, ormai sessantenne, cominciò con molta modestia e tanta paura a raccontare e a raccontarsi: “Non sapevo se le parole mi sarebbero uscite senza gridare, senza piangere, senza bloccarmi. Invece fu una liberazione. Soprattutto da nonna mi rispecchio negli occhi di tutti quei ragazzi che mi ascoltano”. Poco importa che quei giovani siano dieci, cento, mille o settemila, in ogni caso la stanno a sentire. Sì, perché è dal 1990 che la signora Segre porta la sua testimonianza nelle scuole e nelle università: “Io sono la nonna di tutti che racconta una storia e questa è la più bella vittoria contro chi mi volle sterminare”. Segre la sua storia ama rievocarla soprattutto in quel luogo in cui la sua vita fu prematuramente interrotta. In quel Memoriale che come scrive Ferruccio de Bertoli, presidente della Fondazione nasce “per ricordarsi di ricordare”. Seppur in Italia, assicura la Segre, l’armadio della vergogna non è mai stato aperto: “Sono ancora molti i negazionisti, quelli che non credono. A volte mi sento una goccia in mezzo al mare. D’altronde se non c’è futuro, perché si dovrebbe accettare un passato di ottant’anni fa?”.