Andrea Lissoni è dal 2014 Senior Curator alla Tate Modern di Londra, una delle più importanti istituzioni di arte contemporanea al mondo. La sua carriera da curatore comincia però nella vivace scena artistica indipendente della Bologna anni ’90 dei collettivi universitari e dei centri culturali indipendenti come il Link Project. E con questo mondo Lissoni continua ad avere uno stretto legame. Dal 2000 al 2011, sempre a Bologna, ha diretto Netmage con Daniele Gasparinetti e Silvia Fanti, uno dei festival di arte elettronica più visionari mai realizzati in Italia, confluito poi nella Live Arts Week. Negli ultimi anni però il mondo della cultura indipendente bolognese sembra essere sotto attacco. Lo scorso 8 agosto sono stati sgomberati ben due spazi autogestiti, Laboratorio Crash e Labas, e l’XM24 è sotto sfratto ormai da mesi. Allo stesso tempo, il ruolo di grandi catene di ristorazione come Eataly diventa sempre più rilevante nel ridefinire l’immagine della città. In questo senso, il parco agroalimentare Fico, inaugurato nelle scorse settimane, sembra proporre un nuovo modello turistico e culturale, non solo per la città di Bologna.

In che modo hanno influito sulla tua carriera professionale le tue precedenti esperienze nella scena artistica indipendente in Italia e a Bologna?
Direi che non sarei mai arrivato dove sono ora senza quel tipo di esperienze. Sono stato studente a Pavia all’inizio degli anni ’90. Il movimento studentesco di quegli anni aveva creato un intenso processo di condivisione tra i collettivi delle diverse università italiane. Durante quel periodo ho cominciato a guardarmi in giro per cercare di capire dove c’era produzione di cultura contemporanea più avanzata e spesso mi capitava di leggere su Il Manifesto di ciò che accadeva al DAMS di Bologna, del collettivo che poi avrebbe fondato il Link Project. Dopo aver lavorato per due anni a Parigi sono tornato in Italia e il Link Project mi sembrava l’unica realtà che proponeva un programma artistico di danza e media, di musica di ricerca, di intrattenimento sofisticato e un’idea della trasformazione dei linguaggi davvero interessante, a cui poi ho avuto l’onore di collaborare. Lì tutti lavoravano come operatori culturali impegnati a far funzionare un organismo collettivo, anche chi, come me, vi contribuiva in maniera marginale. Oltre ad aver avuto la possibilità di lavorare con pratiche artistiche davvero sperimentali, quel modo di progettare è stata l’esperienza decisiva che mi ha formato come curatore. Quando si lavora per una grande istituzione pubblica come la Tate Modern, è fondamentale avere una visione chiara del proprio lavoro, ma allo stesso tempo rinunciare al proprio interesse personale e mettersi a disposizione del pubblico e degli artisti. E questo probabilmente non l’avrei mai imparato altrove se non al Link Project.

Possiamo dire che un altro punto di contatto tra spazi autogestiti e istituzioni come la Tate Modern è che entrambi danno spazio a pratiche innovative, non sempre già inquadrate in determinate dinamiche di mercato o circuiti istituzionali?
La missione principale della Tate Modern è interrogare le diverse storie che attraversano la modernità e la conservazione dell’arte del presente per il futuro. Per far ciò guardiamo agli artisti più rilevanti capaci di trasformare il modo di pensare il proprio tempo. Parliamo quindi di figure molto consolidate che difficilmente si possono trovare in spazi indipendenti. Allo stesso tempo però, all’interno di programmi di performance, di film e di progetti di mostre più sperimentali come la Live Exhibition, cerchiamo sempre di dare anche spazio ad artisti non necessariamente affermati. Un’istituzione come la Tate Modern ha sicuramente il dovere di incoraggiare pratiche artistiche seminali, che magari non hanno ancora uno spazio consolidato all’interno del mondo dell’arte.

Infatti, esperienze artistiche contemporanee più avanzate spesso nascono in contesti marginali del mondo dell’arte. Guardando più da vicino alla realtà bolognese, si può dire che per decenni è stato un cantiere di pratiche artistiche e culturali radicalmente innovative che hanno poi avuto risonanza anche a livello internazionale. Si pensi a Radio Alice, alla Societas Raffaello Sanzio, Zimmerfrei e Wu Ming, solo per citarne alcuni.
Decisamente. E indubbiamente è un ambiente ancora molto produttivo. Un contesto di condivisione e quindi di formazione come quello offerto da Xing, ad esempio, svolge ancora un ruolo cruciale. Artisti come Lorenzo Senni o giovani curatori formatisi a Bologna che cominciano ad affermarsi a livello internazionale, probabilmente non esisterebbero se non fossero stati esposti a quel modo di fare arte, se non fossero entrati in contatto con quel modo di condividere spazi di confronto e di generare realtà artistiche indipendenti, tipiche del paesaggio culturale bolognese.

Negli ultimi anni però Bologna ha perso quasi tutti i suoi spazi indipendenti. Un paio di mesi fa in un solo giorno sono stati sgomberati il Laboratorio Crash e Labas. L’Ex Mercato 24 verrà probabilmente sgomberato a breve. Non pensa che in questo modo si stia eliminando proprio ciò che ha reso Bologna una città così culturalmente attiva e interessante?
È certamente un grave danno inferto alla città. Ma non posso rispondere con precisione non avendo in fondo mai vissuto a Bologna. Posso dire, però, che se le istituzioni contrastano quel tipo di realtà, negando le condizioni per la formazione di focolai di produzione culturale e di invenzione di nuovi linguaggi, si lascia inaridire un territorio che è sempre stato caratterizzato da un’enorme vivacità culturale.

Parallelamente poi sembra prendere sempre più piede un modello turistico e culturale basato sul cibo, spesso gestito da grandi catene di ristorazione come Eataly. Qualche settimana fa è stato inaugurato il parco agroalimentare Fico. Quali conseguenze pensa possa avere una strategia del genere sul lungo periodo?
È una questione complessa. Il dramma però è che alla lunga chi fa le spese di operazioni di questo tipo sono le realtà locali stesse. Non mi riferisco ai produttori che ricevono sostegno e senz’altro visibilità, ma alla dimensione stessa della città. La ricostruzione dell’identità della città è condotta troppo spesso da inaccettabili processi di privatizzazione dello spazio pubblico. Una delle ricchezze storiche di una città come Bologna è la sua struttura urbanistica che permette forme di socialità diffuse. Favorire queste forme di socialità dovrebbe essere la missione fondamentale di qualsiasi istituzione pubblica. E invece spesso sembra che si tralasci questo aspetto fondamentale, preferendo lo scontro alla reciproca conoscenza.

Spesso lei ha definito il museo d’arte contemporanea come uno spazio pubblico. Pensa che questo possa in qualche modo controbilanciare la privatizzazione degli spazi pubblici a cui facevi riferimento prima?
Sì, questo è uno dei punti chiave di un’intera visione culturale. Tate è una istituzione enorme, con più di mille dipendenti e circa 6 milioni di visitatori l’anno. Mettere gratuitamente a disposizione del pubblico le proprie collezioni di opere d’arte è il modo in cui la Tate cerca di portare avanti un costante processo formativo e di condivisione. Per un’istituzione di questo tipo è anche fondamentale creare degli spazi e che possano essere abitati o ‘usati’ secondo molteplici modalità e comportamenti, ovviamente sempre nei limiti della condivisione civile dello spazio pubblico. E come ho già detto, credo che creare spazi collettivi per lo sviluppo della conoscenza dovrebbe essere l’obbiettivo di qualsiasi istituzione pubblica.

 *Credits foto Ekua King