Liliana Segre, superstite di Auschwitz, è stata nominata senatrice a vita dal Capo dello Stato Sergio Mattarella. Si può discutere sulla previsione costituzionale delle nomine di senatori a vita per capire se essa sia o meno un esempio di democrazia e se la proposta di riforma avanzata da Matteo Renzi di restringerla abbia senso. Tuttavia, questa disciplina oggi riceve una luce insperata, comunque meritata, da questa nomina, anche se con qualche condizione.

I lapsus istituzionali sono frequenti quasi quanto quelli domestici e, probabilmente, i danni che provocano sono suppergiù i medesimi. Sia a livello istituzionale che a livello domestico si apprende puntualmente di ‘celebrazioni’ collegate alla Shoà, ma qualsiasi persona intelligente capisce, o dovrebbe capire, che non c’è proprio nulla da celebrare, e sarebbe bene che le istituzioni espungessero questo inquietante lapsus.

Liliana Segre doveva riparare in Svizzera col padre (era orfana di madre) ma fu respinta. Gli ebrei italiani erano pochissimi, e la patria, come diceva Orson Welles, dell’orologio a cucù non ne avrebbe ricavato danno alcuno da questa immigrazione. Ciò che c’è stato prima del respingimento e ciò che vi fu dopo fanno parte del caveat che dovrebbe circondare come un alone protettivo questa nomina presidenziale.

Prima dell’arresto, Liliana Segre, che aveva otto anni al momento delle leggi razziali, fu cacciata dalla scuola perché ebrea, ma non avrebbe potuto comunque entrare in una biblioteca, andare in spiaggia, avere un apparecchio radiofonico. Nei negozi si leggeva: “Vietato l’ingresso agli ebrei”, “Negozio ariano” e “Vietato l’ingresso ai giudei e ai cani”. Un tipografo ebreo annotava: “Niente carte annonarie per prelevare latte e cibi d’ogni sorta, niente sigarette, niente buoni per prelevare (a pagamento) indumenti o vestiario di qualsiasi tipo. Insomma si doveva crepare di inedia!”.

Il dopo arresto comporta il viaggio per Auschwitz, e qui bisogna dire che Liliana Segre è una miracolata, perché la sopravvivenza era una rara eccezione. Chi stava là dentro sapeva che ogni giorno c’era un maledetto congegno che lo avrebbe potuto mandare al gas e al crematorio, e che era solo questione di tempo. Il caveat dovrebbe essere quello di non continuare la persecuzione contro gli ebrei nel 2018 giocando con i concetti di apartheid e di nazismo, perché fare lo sciocco e troppo facile, ma la qualifica di sciocco, per quanto antipatica, non esenta da responsabilità in alcun ambito. Se non si sarà capaci di farlo, vorrà dire che questa nomina sarà stata vana e che la nostra società avrà smarrito, assieme alla consuetudine al ragionamento, ogni reattività, e questo sarebbe un danno non soltanto per gli ebrei. Non ci illudiamo, non illudetevi.