“Il dottore Parrilla ha lo stesso cervello di Nevio proprio identico, leggero, buono, disponibile. Così che se ti deve mettere una firma … una cosa … non è che ci pensa due volte ”. L’intercettazione finita nelle carte dell’inchiesta Stige è la migliore conferma ai sospetti che la Dda di Catanzaro nutre nei confronti di Nicodemo Parrilla, il sindaco di Cirò Marina e presidente della provincia di Crotone, arrestato assieme a 169 persone tra la Calabria e la Germania.

Il primo cittadino di Cirò, infatti, non è un semplice concorrente esterno della ‘ndrangheta. Per i magistrati che hanno coordinato l’indagine, il politico è un vero e proprio affiliato al clan Farao-Marincola: “È uno dei rappresentanti della cosca in seno all’amministrazione comunale di Cirò Marina, – è scritto nell’ordinanza di custodia cautelare – ha goduto del proselitismo ‘ndranghetistico della cosca, divenendo sindaco del comune, in esito alle elezioni del 2006 e del 2016. Ha sempre piegato gli incarichi elettivi per curare gli interessi della consorteria”. Sempre i magistrati lo descrivono come “intraneo” alla ‘ndrangheta, tanto da partecipare “anche alle riunioni con esponenti di spicco della consorteria cirotana”.

In cambio, gli altri esponenti della cosca “hanno svolto per lui proselitismo e fatto pressioni su cittadini e consiglieri comunali perché divenisse, prima sindaco e poi presidente della provincia”. Per quest’ultimo incarico, nonostante il sostegno avuto dalla consigliera regionale di centrosinistra, Flora Sculco, e da suo padre Enzo (pure lui ex consigliere regionale), Parrilla voleva essere sicuro di farcela e si è rivolto alla “sua” cosca. Poche settimane prima delle elezioni ne parlano due degli affiliati più attivi: Antonio Anania e Giuseppe Sestito detto Pino. “Parrilla non ti ha detto niente? Siccome è candidato a presidente della Provincia. E l’hanno candidato, mi ha detto, per i consiglieri…qui a Casabona che se vuoi parliamo con coso, hai capito?”, sono le parole di Anania. “Sì, ma Parrilla troppe cose vuole fare!”. Pino Sestito fa la battuta ma i voti dei consiglieri comunali di Casabona si muovono nella giusta direzione. E nel gennaio del 2017 Parrilla diventa presidente della provincia di Crotone con il 62,2% dei voti.

“Il rapporto mafia-politica è cambiato. La ‘ndrangheta ha messo i suoi uomini, funzionali all’organizzazione criminale. Più volte abbiamo documentato come i politici che cercano i capimafia per avere i pacchetti di voti. Oggi siamo ancora a un passo ulteriore: uomini interni all’organizzazione gestiscono in modo diretto la cosa pubblica”, ha detto il procuratore Nicola Gratteri. A Cirò Marina, infatti, il problema non è solo il sindaco. Secondo gli inquirenti, infatti, la tessera del clan ce l’ha anche il presidente del consiglio comunale Giancarlo Fuscaldo, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa perché “fungeva da tramite tra i plenipotenziari della cosca, il sindaco e il consigliere Giuseppe Berardi”. Ritenuto organico ai Farao-Marincola, tanto da essere stato sempre eletto dal 2006 ad oggi, nell’ordinanza di custodia cautelare Berardi è descritto come il “collante con la pubblica amministrazione comunale”. Un collante che “ordisce una politica amministrativa” incentrata sugli “interessi imprenditoriali, e non, della cosca”. Tra la prima e la seconda amministrazione Parrilla, c’è un periodo di transizione: nel 2011, infatti, era stato eletto sindaco Roberto Siciliani. E pure lui è finito agli arresti per associazione mafiosa assieme ai fratelli Nevio (ex assessore comunale) e Mario. Dodici anni fa erano tutti insieme, poi “si verificava una scissione tra le due correnti politiche, che, di fatto, favoriva l’alternanza sempre comunque seguendo un disegno imposto dalla cosca cirotana”.

A Strongoli il sistema era lo stesso: il sindaco Michele Laurenzano del Pd è finito in carcere per concorso esterno. Le accuse?“Poneva in essere tutta una serie di atti procedimentali al fine di predisporre il piano spiagge” in maniera da favorire “il chiosco balneare gestito dall’associato Giuseppe Giglio”. Un sindaco al servizio dei clan, disposto anche a far bitumare, con soldi pubblici, la strada di accesso all’abitazione privata di un esponente della famiglia mafiosa. Nel comune di Casabona, invece, il clan capeggiato dal boss Francesco Tallarico poteva contare su Domenico Cerrelli, il vicesindaco che agevolava “l’aggiudicazione di rilevanti appalti pubblici a imprenditori contigui alla cosca”. Cerrelli, infatti, era titolare di due imprese di carburante i cui utili però finivano nella cosiddetta “bacinella”, la cassa comune che serviva alla famiglia mafiosa per finanziare le sue attività illecite.

A Mandatoriccio, invece, il business è rappresentato dai boschi della Sila. Qui, la possibilità di vendere il legno degli alberi era al centro di un appalto che il sindaco Angelo Donnici e l’assessore Filippo Mazza hanno affidato formalmente a una società campana. Di fatto, però, i lavori sono stati eseguiti dalla ditta dei fratelli Spadafora di San Giovanni in Fiore, un comune della provincia di Cosenza dove, i carabinieri sono andati ad arrestare l’ex vicesindaco Giovanbattista Benincasa. Il politico è accusato di aver intascato parte degli utili dell’attività boschiva dell’imprenditore Pasquale Spadafora. In cambio di favori nella concessione di licenze edilizie e dell’assunzione della moglie al comune. In più Spadafora avrebbe provveduto alla riscossione di crediti che Benincasa non riusciva a recuperare. È lo stesso Spadafora che i carabinieri del Ros intercettano mentre discute delle elezioni europee del 2014 con il dipendente regionale Luigi Foglia. Quest’ultimo gli chiede di votare per Gino Trematerra, padre di Michele, al tempo assessore regionale del dipartimento Agricoltura e Foreste.

“Noi qualche cosa gliela dobbiamo raccogliere, – sono le parole di Foglia – fino all’anno prossimo c’è lui là, se abbiamo bisogno di qualche cazzo. A zio Luigi gliel’ho detto, se tu hai qualcuno che vota a Scopelliti (l’ex governatore della Calabria all’epoca candidato pure lui alle Europee, ndr) è la stessa cosa, può votare Scopelliti e Trematerra”. Spadafora sa quanto conta, in Calabria, la politica regionale per un imprenditore boschivo: “Noi li raccogliamo, cinquanta, sessanta voti ci sono”. Ma i voti vanno pesati: “Ti faccio vedere che se tu mi fai parlare con Trematerra a me gli dico senti a me assessò, onorevole … io do i miei voti a questo ragazzo.. Comunque prendiamo una bella formazione a San Giovanni che poi con Trematerra ci parlo io direttamente”.