Martedì 3 gennaio il comandante dei Pasdaran iraniani, Mohammad Ali Jafari, ha dato la notizia: “La rivolta in Iran è stata sconfitta”. Questa settimana di proteste, scontri, violenze e arresti lascerà però un lungo strascico, segnando il presente e il futuro del Paese. Ne è convinto Kader Abdolah, ribelle e antirivoluzionario pseudonimo di Hossein Sadjadi Ghaemmaghami Farahani, scrittore di origine iraniana rifugiatosi prima in Turchia, nel 1985, e poi nei Paesi Bassi, nel 1988, perché oppositore del regime khomeinista. Abdolah rivela a ilfattoquotidiano.it la propria convinzione che le ultime manifestazioni antigovernative abbiano rappresentato un passo decisivo, una spinta verso il cambiamento nel suo Paese d’origine: “Questa è una protesta diversa da tutte le altre che l’hanno preceduta dopo il 1979. Questo è un punto di svolta: per la prima volta abbiamo capito che il regime può cadere, abbiamo capito che non sarà per sempre”.

Il Comandante delle Guardie Rivoluzionarie, Jafari, ha dichiarato che la rivolta è stata sedata. Crede che non sia finita qui?

“Il regime iraniano, da oggi, inizierà a zittire qualsiasi opposizione, usando probabilmente la violenza. Lo faranno, ma è successo qualcosa di grande. Queste manifestazioni sono qualcosa di completamente differente dalle altre che ci sono state nell’ultimo secolo in Iran, o almeno nel periodo seguito alla rivoluzione del 1979”.

Cosa intende per “differenti”?

“Intendo dire che questa non è una sollevazione di stampo politico, ma un movimento di protesta spontaneo contro il regime nella sua totalità. Fino a oggi abbiamo tutti sostenuto che ci fossero delle differenze al suo interno tra riformisti, conservatori, liberali. Ma durante queste proteste abbiamo visto migliaia di persone scendere in piazza gridando che tutti questi rappresentanti del regime sono la stessa cosa, vengono messi tutti sullo stesso piano. E poi c’è un’altra differenza fondamentale…”

Quale?

“A differenza delle altre manifestazioni, a guidare le proteste di piazza non sono studenti, come nel 1999 o nel 2009, non sono intellettuali, non sono artisti, non sono ingegneri, sono persone comuni, persone disperate, persone della strada che hanno perso il lavoro e sono stanche del falso Allah che per anni gli è stato venduto dall’ayatollah”.

Proteste nate in maniera ben diversa, quindi, da quelle del 1999 e del 2009, maturate in ambienti universitari?

“Sì, oggi in piazza non c’è la classe media iraniana, ma gli strati sociali più bassi. I figli e i fratelli minori di coloro che hanno permesso a questo regime, quasi 40 anni fa, di prendere il potere. Adesso, però, sono stanchi delle sue menzogne”.

Sta dicendo che in piazza ci sono ex sostenitori della rivoluzione delusi da una causa sposata 40 anni prima?

“Hanno capito che i loro padri e i loro fratelli più grandi hanno creduto in un sogno sbagliato, una falsa speranza. Il piano ha fallito e loro hanno commesso un grave errore ad appoggiarlo. Ma oggi hanno capito che tutto il regime è marcio, lo è in tutte le sue sfaccettature. È questa la grande novità portata da queste manifestazioni”.

È d’accordo se dico che queste non possono essere definite manifestazioni politiche, bensì proteste per chiedere migliori condizioni economiche?

“Sono d’accordo con la prima parte: questa non è una manifestazione di stampo politico contro il governo moderato-riformista. Ma i motivi non sono solo di tipo economico: le persone scese in piazza sono stanche delle menzogne, della corruzione, di una falsa interpretazione della religione che l’ayatollah usa per giustificare ogni azione del regime. E, certo, sono anche stanchi dell’attuale situazione economica, ma non si tratta solo di questo”.

Nelle piazze, però, si sono sentiti soprattutto slogan contro la corruzione, il caro-prezzi, la disoccupazione e richieste di disimpegno in Medio Oriente in nome di una maggiore vicinanza alle sofferenze del popolo iraniano.

“Certo, quello economico è e rimane un grave problema. Queste persone non hanno lavoro, soldi, futuro. Ma le stesse persone che chiedevano migliori condizioni economiche urlavano anche “libertà” e cori in favore di Reza Shah Pahlavi. Chiedevano la liberazione dal regime degli ayatollah. E un’altra cosa molto importante: in questa manifestazione non si è visto alcun segno o colore religioso. Perché le persone ne hanno abbastanza della strumentalizzazione della religione per giustificare violenze, uccisioni, torture e arresti”.

Cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi giorni?

“Queste manifestazioni hanno uno stile completamente diverso da quello visto durante le cosiddette Primavere Arabe. Si tratta di manifestazioni molto meditate. Il regime attuerà una repressione spietata e violenta, ma queste migliaia di persone hanno mostrato a tutti noi una cosa molto importante: che questa può essere la fine della Repubblica Islamica dell’Iran”.

Questa situazione che lei descrive contrasta però con le immagini che ci sono giunte dall’Iran negli ultimi anni. Nel 2015 abbiamo visto decine di migliaia di persone festeggiare l’accordo sul nucleare, poco più di sette mesi fa il popolo iraniano ha rieletto un moderato-riformista come Rohani. Come è potuto cambiare tutto così velocemente?

“Le voglio dire una cosa di cui mi vergogno, mi vergogno di aver commesso questo errore. Ho supportato Rohani fino a una settimana fa, non l’ho potuto votare ma ho chiesto a chiunque di dare a lui la preferenza alle elezioni di maggio 2017. Questo perché pensavo che rappresentasse la parte migliore del regime. Ma adesso ho potuto vedere che Rohani è la stessa identica cosa dei suoi predecessori: quando si sentono in pericolo uccidono, si mettono insieme e uccidono le persone. Rohani, Khamenei, Ahmadinejad e tutti gli altri pensavo fossero differenti tra loro, ma mi sbagliavo. Questa protesta ha dimostrato a me e a tutti noi che queste persone sono uguali: Rohani, Ahmadinejad, Khatami, Khamenei si sono messi tutti insieme a sostenere che queste proteste sono state orchestrate dall’America, da Israele e dai nemici della Repubblica”.

Membri del governo, però, hanno indicato anche i conservatori come possibili artefici delle proteste, con allusioni abbastanza esplicite alla figura dell’ex presidente, Mahmud Ahmadinejad…

“Ahmadinejad è un pesce troppo piccolo per mettere in piedi proteste di questa portata. La verità è che né Ahmadinejad, né Khamenei, né Rohani si aspettavano una mobilitazione del genere, sono rimasti scioccati. Si guardano intorno, l’uno in cerca dell’altro per essere più forti e proteggersi a vicenda”.

Cosa pensa invece delle allusioni riguardanti possibili ingerenze straniere?

“Senza la sollevazione di migliaia di persone, gli Stati Uniti, Israele, l’Arabia Saudita non hanno potere. Prima vengono le migliaia di uomini e donne scesi in strada per protestare e solo dopo l’America, Israele o chi per loro potrà dire ‘vi amiamo, siete un popolo coraggioso’. Certo, possono dare supporto, è già successo, ma viene prima la sollevazione popolare che è inizialmente indipendente da questo elemento”.

Con il termine delle rivolte, stando a quanto annunciato dai Pasdaran, qual è l’eredità che questa settimana lascerà? Cambierà qualcosa nel futuro del Paese?

“Si tratta di un importante punto di svolta nella storia della Rivoluzione Iraniana. Queste proteste ci hanno detto che questo regime non può sopravvivere per sempre. Le campane hanno iniziato a suonare per la morte della Repubblica Islamica dell’Iran. Oggi abbiamo questa consapevolezza che fino a una settimana fa nemmeno potevamo immaginare. Adesso abbiamo un sogno e la certezza che, non sappiamo quando, questo regime cadrà. È iniziato un gran terremoto per la Repubblica Islamica e iniziamo a vedere le crepe sui muri”.

Twitter: @GianniRosini