Un investimento di 25 miliardi in 10 anni per la rigenerazione urbana delle periferie italiane. E poi coordinamento delle forze di polizia, lotta alle occupazioni abusive, ripensamento e rinnovamento urbanistico dei quartieri, arrivando anche alle demolizioni e alle ricostruzioni (con criteri moderni) dei vecchi complessi popolari. La Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie lascia in eredità cinque anni di lavoro e un dossier di 459 pagine, dove si raccontano da nord a sud le grandi città italiane, i loro problemi e il disagio sociale che rischia di esplodere di fronte alla progressiva assenza delle istituzioni. Materiale su cui il ministro dell’Interno, Marco Minniti, costruirà un “pacchetto periferie” da utilizzare – probabilmente – anche in campagna elettorale. “Esiste una questione urbana generale – afferma a IlFattoQuotidiano.it Roberto Morassut, deputato del Pd e membro della commissione Periferie – le città sono modello delle sviluppo. E’ ora che il Parlamento si confronti con la riforma urbanistica, mettendo mano a una legge del 1942, la più vecchia d’Europa. Le città devono smettere di espandersi, mentre devono iniziare a rinnovarsi”.

CONFLITTO SOCIALE E DISAGIO PER UN SESTO DEGLI ITALIANI – La questione interessa ben 15 milioni di italiani che vivono in quartieri suburbani dove insistono insediamenti formali e informali con 28.000 persone di etnia rom, 600.000 migranti a cui è stato negato lo status di rifugiati politici, abitano in edifici che per il 20% risultano essere in “mediocri o pessime condizioni”, dove 650.000 famiglie attendono un’abitazione pubblica anche in ragione delle 49.000 case popolari occupate abusivamente con la complicità della criminalità organizzata (che si occupa anche dello spaccio di droga e ricettazione). Vi sono poi “elementi di pericolosità prodotti da comportamenti a forti impatti negativi sull’ambiente”, che vanno dalla “realizzazione di edifici abusivi, alle discariche e ai roghi di materiali tossici fino allo smaltimento illegale di rifiuti”. Periferie in cui si rischia, inoltre “di alimentare il conflitto sociale tra ceti deboli, fra italiani impoveriti e migranti senza certa collocazione”. Così se a Roma la vastità del territorio crea problemi in riferimento alle risorse a disposizione, esattamente il contrario accade a Milano, dove il comune in qualità di capofila metropolitano non esercita il dovuto controllo nei comuni ad alto rischio dell’hinterland. A Napoli c’e’ il noto fenomeno delle “periferie nel centro” come quelle di Forcella, Rione Sanità e Quartieri Spagnoli, mentre a Palermo il disagio sociale si riscontra allo Zen come nei quartieri abusivi del litorale.

ROMA, FRA ROGHI TOSSICI E OCCUPAZIONI ABUSIVE – Nella Capitale, secondo la commissione “la questione delle occupazioni e dello stato di abbandono e degrado di molti complessi come Corviale, San Basilio, Tor bella Monaca, Quarticciolo, Tor Sapienza, risulta una delle maggiori urgenze”. Una situazione “di vera emergenza nazionale” che “deve far parte di un programma pluriennale di recupero e risanamento” e per la quale “risulta necessario che la Commissione proponga un piano decennale di 2 miliardi per il recupero dell’edilizia popolare e pubblica”. La Commissione, nel corso dei numerosi incontri con i cittadini organizzati in vari comitati di quartiere e dei sopralluoghi compiuti sul posto, “segnala la particolare urgenza di dare una risposta rapida ed efficace al fenomeno dei roghi tossici, che desta allarme e genera, davanti ad una inerzia e rimpallo di responsabilità dei vari livelli decisionali delle istituzioni, sentimenti di delusione, rabbia e indignazione” e, al tempo stesso, “ha sollecitato l’adozione di misure normative che potrebbero trovare riferimento nella legislazione introdotta sul tema Terra dei fuochi in Campania”. Fondamentale il nodo delle risorse: “Prima della crisi del 2008 – si legge – gli investimenti pubblici locali avevano raggiunto a Roma livelli simili a quelli che oggi vediamo a Londra, Parigi o Stoccolma”. Fra il 2001 e il 2006 “le risorse per investimenti mobilitate dal bilancio comunale sono state di 6,4 miliardi, un po’ più di un miliardo l’anno. Oggi invece si assiste ad una compressione notevole degli investimenti pubblici, che raggiungono a fatica un terzo o un quarto degli investimenti raggiunti dalle altre capitali europee”.

NAPOLI, I CITTADINI RIALZANO LA TESTA – La situazione di Napoli è nota da tempo. I commissari, tuttavia, hanno trovato qui i maggiori indizi di una rinascita, difficile ma – a quanto pare – esistente. Nella sua audizione, il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, nel raccontare il suo lavoro amministrativo, ad esempio ha sottolineato che “c’è stata una risposta importante della città, soprattutto sotto il profilo della partecipazione popolare, democratica. I cittadini si sono rimboccati le maniche e hanno veramente cominciato sempre più a prendersi cura della città”. E la commissione sembra essere concorde, parlando di “una realtà riscontrata nella quasi totalità delle affermazioni contenute nelle audizioni effettuate”, un “asset strategico e, per questo, da non disperdere ma da proteggere con adeguate politiche di supporto e di sviluppo”. Restano, ovviamente, le difficoltà, messe in risalto dalle parole di Padre Alex Zanotelli, che spiega come sia “inutile ormai parlare di camorra”, visto che “i boss classici non ci sono, sono in galera. Abbiamo a che fare con bande di ragazzini e giovanotti che si disputano da un metro all’altro lo spaccio della droga per far soldi”; o da quelle di Antonio Sarracino, presidente Rete commercianti Rione Sanità, il quale afferma che “mettere l’esercito è insignificante, perché non porta né sicurezza né altro. Noi al posto dell’esercito avevamo chiesto educatori”. Vi sono poi i problemi sui beni da assegnare, sui ritardi burocratici, sulla mancanza di spazi; preoccupazioni sulle questioni ambientali e su quelle abitative. “Nodi cruciali per fare in modo che la periferia torni ad essere solo un luogo geografico e non più un sinonimo di degrado e di marginalità sociale”, a cominciare dal “completamento delle operazioni di abbattimento delle Vele di Scampia”.

MILANO E LA DIFFICOLTA’ DELL’HINTERLAND – I problemi di Roma e Napoli a Milano esistono, ma sembrano di minore entità. Eppure non bisogna trascurare quello che accade nei 134 comuni della città metropolitana, dove “è possibile migliorare e cambiare lo stato di fatto con un’azione di riorganizzazione” sollecitando alla città capoluogo “un ruolo più convinto nella definizione di un nuovo assetto istituzionale che servirebbe a consolidare il ruolo del sistema Milano in ambito internazionale”. E’ per questo che “occorre ripensare la legge 56 del 2014, una legge ponte che adesso, anche alla luce della esperienza dei primi tre anni di attuazione, deve essere rivista per chiarire meglio le funzioni della città metropolitana”. Ma anche nella periferia meneghina, i problemi ci sono. “Esiste una carenza, sul nascere, di tutti quei servizi di accompagnamento e affiancamento legati alla formazione, allo sport, alla cultura che rappresentano elementi decisivi del rapporto tra istituzioni e cittadino”. Ne consegue in questi quartieri “un senso di rivendicazione forte, a volte anche nervosa e violenta, che segna per le istituzioni la incapacità di ‘stare dentro’ a questi contesti e rappresenta l’humus più florido per l’insorgere di fenomeni di illegalità”.

PALERMO: BENE IN CENTRO, MALE IN PERIFERIA – Caso molto particolare è anche Palermo, dove le politiche di rigenerazione urbana messe in atto nella Città di Palermo, e più in generale, nel territorio metropolitano, devono fare i conti con lo scollamento che caratterizza i tempi della pianificazione urbanistica con quelli della gestione e sviluppo del territorio”. Qui, relativamente all’attuazione di queste politiche pubbliche, “inizialmente l’Amministrazione comunale si era concentrata fondamentalmente sulle attività di recupero del centro storico e su quelle culturali, raggiungendo risultati rilevanti”, mentre, “per quanto riguarda l’attività volta a migliorare la competitività del territorio sul piano economico e, conseguentemente, affrontare le politiche di degrado e marginalità sociale, l’azione è stata molto meno efficace”.

BARI E LE DUE PERIFERIE – Nella città di Bari, invece, “esistono due tipi di periferie, quelle fisiche che sono caratterizzate dalla distanza dal centro cittadino e quelle che derivano da situazioni di esigenze abitative”. Per esempio, “la realizzazione della linea ferroviaria suburbana ad alta frequenza che collega il centro cittadino e San Paolo in soli dodici minuti, ha cambiato in modo radicale le condizioni di accessibilità di questo popoloso quartiere, con risvolti positivi anche di natura sociale”. La seconda tipologia di periferie che esiste nel capoluogo pugliese “è costituita dal quartiere Libertà, limitrofo al centro cittadino che negli anni ha visto mutare le proprie caratteristiche”, dove si registra la perdita della propria identità e il conseguente bisogno di una rivitalizzazione sociale ed economica, ma anche di spazi per la socializzazione”.