“I am a gipsy”. La zingara Grace Jones forse un giorno sarà sola ma non patirà mai la solitudine (“alone but never lonely”) perché tanto alla vita ha dato e tanto da essa ora sta ricevendo. Sophie Fiennes, sorella di noti fratelli quali Ralph e Joseph, è forse la regista che meglio poteva accostarsi all’universo plurale della pantera giamaicana, oggi splendida 69enne, ancora capace di emanare carisma ed energia con il corpo più semantico della scena pop da oltre 40 anni.

“È stata Grace a chiedermi di fare un film su di lei dopo aver visto il mio documentario sulla realtà religiosa giamaicana a cui appartiene suo fratello. Le piaceva il profumo del mio lavoro, mi ha detto. Si è dunque spogliata di tutto – e lei sente riprendere le forze quando è nuda, specie sul palcoscenico – e ha radicalizzato un racconto di sé quasi alla Bresson, senza filtri, senza mettermi censure, con audacia e complicità. Ma rimanendo la padrona indiscussa della scena”, spiega la regista inglese. Grace Jones: Bloodlight and Bami, il primo film nella storia dedicato alla Jones, ha il sapore di un viaggio immersivo quadrimensionale in termini spazio-temporali, fra molto pubblico (lo stage, luogo elettivo di Grace ma anche il backstage, gli importanti momenti del trucco, moltissimo privato (la famiglia, le amicizie, i suo pensieri), il passato e il presente, e ha il pregio di non raccontare la vita della diva dal corpo e costumi scolpiti secondo principi diacronici o qualsivoglia lineari. Con un materiale ricco e pregevole raccolto, documentato e filmato personalmente in parecchi anni di vicinanza alla cantante e modella, Fiennes è riuscita infatti ad ottenere non solo la sua fiducia – andando al suo seguito in un toccante viaggio in Giamaica con il figlio ormai adulto e padre di un bimbetto – ma anche ad imbastire un percorso narrativo plasmato dalla personalità stessa della Jones. E Grace, trasformista per identità, si mostra esattamente per quella che è, dalla statua adornata di maschere diamantine e dorate su palcoscenici lunari a giamaicana vestita di fiori con tanto di cappello in paglia che mezza scalza va con la famiglia alla chiesa locale ad ascoltare sua madre cantare i gospel.

Se i frammenti di dialoghi famigliari e dunque della sua privacy risultano ovviamente i più interessanti in quanto finora inediti, non di minor valore sono le sequenze di alcune delle performance di Grace – fra cui il concerto appositamente concepito per il film all’Olympia Theatre di Dublino – in cui esplode nella sua animalità da stage, nel suo esibirsi da artista a tutto tondo. È infatti il palco il sacro altare ove si immola l’universalità di questa divinità nera, così iconica da aver ispirato opere d’arte di ogni forgia da parte di fashion designer, pittori, scultori, registi. Grace Jones, cresciuta in un ambiente religiosamente severo, ancora rivive con coraggio i suoi traumi col nonno violento (“da lui arriva la mia mascolinità diabolica, io in certi momenti divento lui..”) e allo stesso tempo ricorda commuovendosi il padre adorato “che ho visto e ho accompagnato alla morte. Così vorrei morire anche io, guardando il cielo”. Un cielo, quello della Giamaica, che diventa inconfondibile preparandosi ai suoi uragani, esattamente come inconfondibili i brividi provocati da This Is A Hurricane, sulle cui note Sophie Fiennes decide di chiudere un illuminante e luminoso viaggio dentro il mondo di una diva straordinaria. Presentato al Torino Film Festival fuori concorso in Festa Mobile, il documentario uscirà come evento speciale nelle sale a fine gennaio.