Mai mollare la poltrona. Con la legislatura quasi terminata e le urne ormai all’orizzonte, anche in casa centrodestra, tra Forza Italia, Lega Nord, Fratelli d’Italia e “cespugli”, nessuno intende farsi sfuggire un nuovo mandato in Parlamento. Imitare il 5stelle Di Battista e saltare un giro? Pura utopia. Almeno in casa azzurra. Altro che casting berlusconiani per rinnovare la classe dirigente. Se il leader di Forza Italia da tempo ormai si scaglia contro i “professionisti della politica”, tra Camera e Senato, nessuno sembra invece voler fare un passo indietro. Ma non solo: è proprio verso Arcore che guardano fiduciosi peones, “colonnelli azzurri”, big e parlamentari di medio e lungo corso. Così come quegli scissionisti pentiti – ex fittiani, verdiniani e alfaniani riconvertiti al “verbo” berlusconiano – in cerca di un posto in lista alle prossime politiche. Tradotto, così come in casa centrista, la caccia al seggio è partita. Tutti contro tutti. E non è un caso che, dentro Forza Italia, da tempo i gruppi parlamentari siano in fibrillazione. Anche perché, con l’Opa salviniana in vista e la paura di lasciare il passo nei collegi al Carroccio, i posti sicuri per FI si ridurranno. Allo stesso tempo, l’intenzione di Berlusconi è invece quella di blindare i suoi fedelissimi, per poi fare “pulizia” in quei gruppi che si sono rivelati a dir poco litigiosi e tutt’altro che controllabili. In fondo, il serbatoio per rendere più “verde” la lista c’è già, tra giovani amministratori cresciuti per la penisola e scalpitanti outsider. Nomi e possibili candidati che lo stesso Berlusconi vaglierà e deciderà insieme al fedele Nicolò Ghedini e con Gianni Letta. 

Un trio che dovrà però fare i conti con le ambizioni e le pressioni dei vecchi “colonnelli” azzurri. Perché tutti avanzano già la ricandidatura: da ex “responsabili” come Antonio Razzi al “ripescato” Amedeo Laboccetta, passando per dirigenti storici come Maurizio Gasparri e l’ex governatrice del Lazio Renata Polverini. E come dimenticare i vertici, a partire dal capogruppo al Senato Paolo Romani: “Se mi ricandiderò? Suppongo di sì”, taglia corto quest’ultimo, ai microfoni del Fatto. Per poi rivendicare: “Casting? Le nostre sono scelte”. Di certo, c’è che tutti si stanno già facendo avanti. E chi ha deciso di restare in FI, senza seguire le scissioni (in ordine) di Alfano, Fitto e Verdini, ora aspetta di passare all’incasso: “Silvio premi la fedeltà”, è il mantra ribadito da Razzi & Co.

“Da troppo tempo ormai in Parlamento? Veramente mi stanno cercando per una pluralità di incarichi, pure come candidato governatore del Lazio, che non anelo. Ma io non sono un professionista della politica, sono un militante”, si difende Gasparri. Non è il solo. “Per quattro volte ho dimostrato fedeltà a Berlusconi, senza promesse in cambio. Riconoscenza? Sono abbastanza vecchio per sapere che in politica la gratitudine è il sentimento del giorno prima”, replica invece amaro il senatore Francesco Aracri. Anche chi ha due, tre o più legislature alle spalle, è convinto di “avere ancora qualcosa da dare”: “Questa è la mia quarta legislatura. Troppi 17 anni? Dipende se hai fatto bene o male. Ma io non sono un professionista della politica, sono un avvocato”, è la risposta di Saverio Romano. Uno di quelli che a Roma ha seguito Verdini con la sua Ala alla corte di Renzi, per poi tornare in orbita centrodestra alle ultime Regionali in Sicilia, con Musumeci. 

Nessun passo indietro anche tra i vertici di Fratelli d’Italia: nel partito di Giorgia Meloni, da Ignazio La Russa a Fabio Rampelli, tutti i big si sentono al sicuro: “Mica vado in giro per il mondo io…”, replica ironico l’ex ministro della Difesa. Al contrario, è nella Lega che si prepara la grande “epurazione”: quella del Senatùr Umberto Bossi. L’offerta al fondatore leghista, in caso di esclusione dal Carroccio, l’ha già fatta Berlusconi, pronto ad accoglierlo. Ma il diretto interessato per ora nicchia:  “Se ci sarò? Non so, dipende…”.  Soprattutto da Salvini, che sembra già avergli dato il benservito, senza nominarlo: “In lista con noi ci sarà chi sposerà in toto il progetto”. Quello in versione nazionale salviniana, senza più “Nord” nel simbolo: un affronto per lo stesso Bossi. Ormai convinto che il segretario sia interessato soltanto a “prendere un po’ di voti in più, a tutti i costi”. Parole inascoltate: perché Salvini tira dritto e punta al governo, evocando pure il notaio per evitare ribaltoni post-elettorali e nuove tentazioni nazarene da parte di Berlusconi. Sulle sue liste, invece, prova a garantire: ”Massima attenzione a chiunque candideremo. Tanta gente si sta avvicinando. Ma noi diciamo anche dei no, non solo dei sì”. Altra provocazione diretta verso l’ “alleato” Berlusconi. Costretto alla “convivenza” forzata. Almeno fino al giorno dopo le urne.