“Nel Documento di economia e finanza dell’aprile 2014”, ricorda Cottarelli, “avevamo promesso che quest’anno il surplus primario, cioè la differenza tra entrate e uscite dello Stato al netto degli interessi sul debito, sarebbe stato al 4,6%. Invece ce lo ritroviamo all’1,7%, meno rispetto a quanto promesso e addirittura meno che a inizio legislatura, nel 2012″. In soldoni, ogni anno la pubblica amministrazione ha continuato a smentire le promesse e a spendere più di quanto incassava. Questo, peraltro, “al netto del costo dei derivati, che con scarsa trasparenza non è conteggiato nel deficit. Con il risultato che il debito tende ad aumentare più di quanto fa credere il deficit”. A febbraio 2014, quando il segretario Pd si è insediato a Palazzo Chigi, era a quota 2.107,2 miliardi (rispetto ai 1.990 del 2012). A dicembre 2016 era salito a 2.217. Ora siamo oltre quota 2.280.
“Ci aspettiamo un calo deciso del debito in un prossimo futuro”, ha detto Padoan in un’intervista a Cnbc riferendosi al rapporto tra debito e pil nominale, quello che tiene conto dell’inflazione. Stando alla nota di aggiornamento del Def, il debito/pil dovrebbe ridursi dal 131,6% del pil al 130% nel 2018 e al 123,9% nel 2019. I precedenti però non promettono bene. Il Def 2014, il primo del governo Renzi, sosteneva che a fine 2018 si sarebbe ridotto al 120,5% del pil, 12 punti percentuali in meno rispetto alla fine del 2013. Stando alle ultime stime, al contrario, sarà di un punto percentuale più elevato. “Come andrà in futuro dipende dall’andamento dell’inflazione“, spiega l’economista. “Meno inflazione vuol dire meno crescita del pil nominale e minore discesa del rapporto. Il governo continua a prevedere che l’inflazione aumenterà. Ma con un tasso di disoccupazione così alto è difficile che il livello dei prezzi salga. Inoltre durante la crisi abbiamo perso competitività e abbiamo bisogno di un’inflazione bassa per recuperare terreno rispetto alla Germania”.

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