“Dal 2014 abbiamo puntualmente rivisto al ribasso gli obiettivi ogni sei mesi. I governi, invece che risanare i conti, hanno preferito ridurre un po’ le tasse – per esempio con il bonus Irpef di 80 euro e l’eliminazione dell’Imu prima casa – senza tagliare la spesa. Forse per comprarsi qualche punto in più di crescita. O, a essere malevoli, per cercare di vincere un’elezione o un referendum“. L’economista Carlo Cottarelli, ex commissario alla spending review, fino a fine ottobre direttore esecutivo nel board del Fondo monetario internazionale e oggi alla guida dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica, evita di dare esplicitamente ragione al vicepresidente della Commissione Ue Jirki Katainen. Ma il messaggio è chiaro. Paolo Gentiloni e Pier Carlo Padoan hanno un bel dire che “non siamo più il fanalino di coda” e “la finanza pubblica migliora”. Come rilevato dalla Commissione Ue nella lettera inviata a Roma il 22 novembre, i numeri messi nero su bianco nei documenti ufficiali dal governo di Matteo Renzi e da quello “fotocopia” del suo successore raccontano un’altra verità. Negli ultimi tre anni e mezzo i nostri conti pubblici sono peggiorati.

L’eredità lasciata al prossimo premier? Il debito dal febbraio 2014 è aumentato di oltre 176 miliardi, portando la zavorra a un totale di 2.283,7. La spesa corrente è lievitata di 25 miliardi a dispetto della celebrata spending. E gli investimenti pubblici sono scesi al minimo storico. Fanno eccezione solo le variabili influenzate da fattori esterni: la crescita del pil, trainata dalla ripresa europea ma ancora stentata rispetto a quella dei partner, e la spesa per il servizio del debito, calmierata dal programma di acquisti della Bce. Che nel 2018, quando a Palazzo Chigi ci sarà un nuovo inquilino, inizierà però a chiudere i rubinetti.