In Sicilia, in realtà, le elezioni si sono tenute due mesi fa. I senatori romani, che votavano spostandosi da un lato o dall’altro dell’aula, dicevano pedibus ire in sentenziam, “votare con i piedi”. Così è andata in Sicilia, almeno per i ragazzi al primo voto. I giovani appena diplomati (quelli laureati lo facevano già da qualche anno), appena visti i risultati dell’esame, cominciano a cercare i Ryanair sull’internet e in un paio di settimane sono già pronti a partire: per Londra, per Berlino, per Montreal, qualcuno per Dubai  Non sono gite turistiche, sono dove vivranno la loro vita. Un tempo, per Belgio e Germania, partivano i minatori di Agrigento; e poi i contadini-operai per Mirafiori o Lingotto, con la lettera del prete. Adesso partono i ragazzini, i più vivi e studiosi, quelli che faranno qualcosa nella vita. Partono per non tornare. E queste sono le nostre elezioni.

Le elezioni, del resto, da noi sono una formalità per far finta di essere italiani. Presidenti, assessori? Lo sanno tutti chi comanda in realtà. Comandano i mafiosi. Non quelli delle fiction, con coppola e lupara ma quelli dei consigli d’amministrazione, dei centri commerciali, delle migliaia di voti nel cassetto. Degli ultimi tre presidenti, due – secondo i giudici – avevano molto a che fare coi mafiosi.

A Catania, con gli stessi consiglieri e assessori, si fanno giunte di destra, di centrosinistra, di sinistra-destra. Ma il vero padrone della città, per quarant’anni, è un imprenditore – secondo una lunga inchiesta della procura etnea, in contatto coi mafiosi – che si chiama Mario Ciancio. Il processo a lui e al suo establishment – un altro vero e realistico momento elettorale – si farà in primavera, se mai veramente lo faranno. Queste sono le cose importanti. I ragazzini che partono, e i giudici che ammucchiano disperatamente le carte “in nome – come si dice – del popolo italiano”. Tutto il resto è fuffa.

Dopodiché, anche se non serve a niente, io a votare ci vado. Ho un vecchio camerata dei tempi di guerra (“camerata” qui non vuol dire fascista, vuol dire uno che era con te in fanteria), che purtroppo è tornato in Sicilia per “fare politica” (sghignazzata) e solo non lo lascio, perché è uno di coraggio e noi, fra noi della guerra, non ci siamo mai abbandonati. “Politicamente” è una cazzata: arriva con d’alemi e bersanotti al seguito, a cui la gente ovviamente non dedica la minima attenzione. Ma politicamente è una cosa grande, perché, tra le tante cose inutili che dice, ce n’è una in cui noi siciliani possiamo credere ed è – quando sta zitto un momento – la sua faccia. La faccia seria e dura, e virilmente malinconica, di uno dei tanti di noi che all’improvviso si son trovati in guerra, e fra paura e dolore l’hanno accettata… Senza grandi parole, senza chiacchiere, e – altro che cento passi – senza passi indietro. Non lo voto per i suoi libri e i suoi film – roba da settentrionali – lo voto perché la sua faccia ci dice, a noi di questa terra, una cosa precisa: noi siamo l’antimafia. E ci siamo ancora.

Tutto la rimanente carovana, del suo cosiddetto partito come di tutti gli altri, è onesta fuffa. C’è il vecchio “fascista onesto”, col pizzetto alla Balbo, che ogni mattina si sveglia, legge i giornali e apprende stupito i nomi dei suoi candidati: che lui non conosceva, almeno non quanto li conoscevano i carabinieri. C’è il professore perbene, lanciato allo sbaraglio da un Pd allo sbando (“Vadi, vadi, professore, vadi avanti lei”), che la sera si prende la testa fra le mani e poi con un sospiro se ne va a letto. C’è il grillino ferocissimo, bravo ragazzo in fondo, ma fermo alla Maffia dei film (che non ammazza i bambini e la droga la spaccia, alla don Corleone, soltanto ai negri); il capo del partito, la volta che calò in Sicilia a parlare d’informazione, se l’andò a prendere… con la povera Milena Gabanelli, ignorando completamente l’esistenza di un Ciancio.

Ci sono tutti quelli che non votano, o per troppa ignoranza o per troppa democrazia, e sono il partito più numeroso. E c’è – ma nessuno lo caca – il ragazzino che vota perché a scuola gli hanno insegnato che votare è civile, ma vota in fretta perché poi deve prendere l’aereo – il Trenu di lu Suli d’oggigiorno – verso la sua nuova vita. “Porca Italia!, i biastemia, andemo via”: scriveva cent’anni fa un poeta veneto, parlando dei suoi emigranti “serati in l’osteria” la sera prima della partenza. Ed è sempre la stessa Italia, che caccia via a calci i suoi migliori, con l’unica differenza che oggi i padroni, fattisi furbi, scatenano i loro tromboni contro i poveracci che “ci invadono”: parlare di chi arriva, per non parlare di chi parte.

Lunedì, quando arriveranno i risultati delle vostre elezioni (tardi, perché qui il regime turco tiene congelate le schede per una notte) e tutti voi commenterete animatamente nei vostri bar e nei vostri talk show i “risultati”, due o tre ragazzi apriranno, come ogni giorno, il portone di ferro (coi buchi delle pallottole ricoperti alla meglio) del capannone del Gapa, a San Cristoforo. E’ il quartiere di Santapaola, dove il nostro candidato buono è andato a sfidare, con noi intorno, il candidato nostalgico dei clan: è uscito sui giornali e in tv, com’era giusto. Nessun giornale e nessuna tv parlerà della ragazza che anche stavolta sarà andata lì, a fare il doposcuola ai bambini poveri del quartiere o a organizzare i senzacasa o a raccogliere i soldi per fare il “Giardino di Scidà”. Ma ce ne sono tanti così, di ragazze e ragazzi come lei. Io a volte sbaglio i nomi, e chiamo per errore – sono vecchio – Rosalba quella che invece si chiama Ivana, e Ivana è quella di oggi, e Rosalba quella di vent’anni fa. I visi si confondono, ma i gesti e i sorrisi sono gli stessi. E anche quella piccola piega ostinata, ironica e lieve, all’angolo della bocca che fa “Forza ragazzi, cominciamo”.

E questo, elezioni o non elezioni, è il mio partito.